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VAN GOGH – SULLA SOGLIA DELL’ETERNITA’ (2018) JULIAN SCHNABEL

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“ – sono tutti pazzi gli artisti?  -non tutti, solo quelli bravi”

Questo film è un insieme di scene ispirate a dipinti di Vincent Van Gogh, eventi della sua vita comunemente accettati come fatti realmente accaduti, dicerie e scene completamente inventate. Il fare arte dà l’opportunità di realizzare qualcosa di concreto, che esprime una ragione di vivere, se esiste una cosa simile. Nonostante tutta la violenza e le tragedie sofferte da Van Gogh nella sua esistenza, non c’è dubbio che abbia vissuto una vita caratterizzata da una magica, profonda comunicazione con la natura e la meraviglia dell’essere. L’opera di Van Gogh è fondamentalmente ottimista. Le convinzioni e la visione alla base del suo singolare punto di vista rendono visibile e fisico ciò̀ che è inesprimibile. Sembra essere andato oltre la morte, incoraggiando gli altri a fare altrettanto. [sinossi]

Prima di parlare del film vanno fatte alcune premesse fondamentali, secondo me, per inquadrare il film nella giusta prospettiva.

Innanzitutto bisogna dire che non è solo un’opera di ricostruzione narrativa, oltretutto film del genere ce ne sono già stati molti come gli ottimi Brama di vivere di Vincente Minnelli (1956), Vincent & Theo di Robert Altman (1990) o il recente film di animazione Loving Vincent di Dorota Kobiela e Hugh Welchmann (2017).

Il regista Julian Schnabel è un affermato pittore di scuola espressionista la cui pittura trova punti in comune con quella di Van Gogh.

Il film prende spunto da tre elementi: il ritrovamento, nel 2016, di un libro mastro contenente sessantacinque disegni inediti dell’artista, una nuova teoria sulla morte del pittore sulla base di testimonianze dell’epoca e infine dal titolo di uno dei quadri di Van Gogh “At eternity’s gate” (1890 – Kröller-Müller Museum, Otterlo) dipinto due mesi prima della morte.

Come ha dichiarato il regista: “Questo è un film sulla pittura e un pittore e la loro relazione rispetto all’infinito”. “Contiene quelli che sono i momenti che considero essenziali nella sua vita; non è una biografia, ma la mia versione della storia. Una versione che spero possa avvicinarvi maggiormente all’artista”.

L’opera riesce nell’intento espresso, è un film, infatti, sulla ricerca interiore, sulla solitudine e sull’emarginazione. I colori accesi della natura comunicano alla perfezione la ricerca di Dio in essa che Van Gogh anela e che rappresenta nelle sue opere. Le riprese effettuate con la macchina a mano, che insegue da vicinissimo il protagonista comunicano la sensazione di febbrile agitazione e, a volte, lo stato di confusione in cui si ritrova l’artista a causa del disagio psichico che lo porterà in asilo psichiatrico. La parte inferiore dell’inquadratura è spesso sfocata proprio a emulare la visione confusa dell’artista nei momenti più difficili. Questi sono aspetti molto interessanti e particolari dal punto di vista stilistico che però possono essere anche un limite della pellicola che diventa forse troppo squilibrata e di difficile assimilazione.

Oltre alle riprese e ai dialoghi eccellenti, da sottolineare soprattutto i discorsi con Paul Gauguin e con il sacerdote che raccontano molto del personaggio Van Gogh e la colonna sonora, allo stesso tempo ipnotica e martellante di Tatiana Lisovkaia.

Concludendo, nonostante il film sia criticato da più parti, per essere didascalico e poco coraggioso, io lo reputo un buon film, emozionante, ben diretto e recitato magistralmente da Willem Dafoe che si cala perfettamente nella parte.

Come dice il regista è una versione e a me questa versione è piaciuta.

Ah quasi dimenticavo, vi consiglio di non abbandonare la sala appena partono i titoli di coda.

Recensione

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