Privacy Policy recensione '
 

POST TENEBRAS LUX (2012) CARLOS REYGADAS

Post Tenebras Lux (2012) Drama | 1h 55min | 23 November 2012 (Mexico) 6.6
Director: Carlos ReygadasWriters: Carlos ReygadasStars: Nathalia Acevedo, Adolfo Jiménez Castro, Rut ReygadasSummary: Juan, a wealthy householder and Natalia are an artistic middle-class couple. They decide to change the life of the city. And they move to countryside with their two young children Eleazar and Rut for a plain and simple country life. Starting again with an ostentatious house (in comparison to the homes of the few neighbors), they initially enjoy the taste of rural life. However this change in taste begins to make the marriage crumble. The children, on the other hand, are not encumbered by previous ideas and enjoy the life offered by this bleak place. Juan begins to have contact with people who have the same ideals. Seven, a man who usually does everything in his power to survive leads him to Alcoholics Anonymous meetings in a ramshackle cabin in the woods. At one stage, the couple jet off for an up-scale sex holiday in Europe, where the rooms in the bath-house are named after Hegel and Duchamp. Written by lament

Photos


See all photos >>

Sinossi

Juan vive assieme alla sua piccola famiglia di città nella campagna del Messico. In questo posto le gioie e le sofferenze sono concepite in un modo diverso. Juan si chiede se questi mondi siano complementari o se, in realtà, si combattano per eliminarsi a vicenda…

Può un film essere, per buona parte, stroncato dalla critica e allo stesso tempo ricevere il premio alla miglior regia al Festival di Cannes? Evidentemente si, è successo al quarto lavoro di Carlos Reygadas talentuoso e controverso regista messicano. Alla proiezione stampa durante il festival si è assistito a reazioni scomposte dei giornalisti alcuni dei quali hanno abbandonato la sala anticipatamente. Ma il film è stato poi premiato nello stesso anno della Palma d’oro a Michael Haneke con Amour e le esclusioni eccellenti di Leos Carax (Holy Motors) e Wes Anderson (Moonrise Kingdom)

Con questa premessa è facile intuire che la visione di Post Tenebras Lux non è agevole, le motivazioni di tale difficoltà proverò ad esplicarle in seguito.

Prima di parlare del film, per introdurre la figura del regista può essere interessante sapere che la sua visione di cinema deriva direttamente con il suo incontro, abbastanza casuale, con il cinema di Tarkovskij all’età di diciassette anni. La visione di Nostalghia lo colpì soprattutto per la quasi assenza della trama e l’idea di presenza che la corporeità degli oggetti dei paesaggi e degli esseri viventi che il film emana.

I primi minuti del film sono entusiasmanti e fanno pensare al capolavoro, in particolare la scena d’apertura nella quale una piccola bambina (la figlia del regista) si trova in uno splendido paesaggio all’imbrunire circondata da animali (mucche e cani), l’incombere dell’oscurità e l’avvicinarsi di un temporale non presagiscono nulla di buono e infatti la scena successiva denota un radicale cambio di registro: buio, camera fissa, l’interno di una casa, una porta si apre e un bagliore rossastro annuncia la presenza di un diavolo stilizzato rosso fiammante con una cassetta degli attrezzi in mano. Da qui in poi risulta difficile proseguire il discorso narrativo, due storie sembrano incrociarsi tra salti temporali, crisi coniugali rapporti contrastati tra la ricca famiglia borghese e gli indigeni della foresta e scene fuori contesto di una partita di rugby tra ragazzi inglesi. A proposito della partita di rugby (sport praticato da Reygadas che ha anche giocato nella nazionale messicana), il regista ha spiegato il senso di quelle scene: “La cosa bella degli sport di contatto è che hai paura. Sei nel mezzo della mischia, così tante persone sopra di te, la sensazione che stai per perdere il respiro; tutto ciò implica che la vita continui anche se sei impaurito, continui a giocare qualunque cosa accada

E’ proprio l’approccio antinarrativo e forse troppo personale che rende la pellicola criptica e poco accessibile in mancanza di ulteriori elementi anche se il tema centrale della frustrazione della colpa e della possibile espiazione, suggerito dal titolo, è ben evidente in tutto il film.

Reygadas ha provato a dare ulteriori indicazioni in alcune interviste spiegando le sue intenzioni: “Siamo abituati a sapere esattamente cosa sta succedendo quando guardiamo qualcosa, il che è molto strano perché nella vita è esattamente il contrario. Il più delle volte nella vita viviamo attraverso le cose e non sappiamo cosa significano al tempo, tranne a un livello molto superficiale. È solo dopo che diventano importanti o assumono una rilevanza particolare

Infatti la pellicola scorre come un flusso evocativo continuo, diventa evidente che lo scopo non è rappresentare qualcosa, una storia, ma creare delle impressioni alla maniera di Epstein ai primordi del cinema o di Monet nell’ambito della pittura, ecco forse spiegato allora l’utilizzo di particolari lenti che duplicano e distorcono l’immagine ai bordi focalizzando l’attenzione al centro dell’inquadratura. Reygadas rivendica questa tecnica come appunto una scelta espressiva opposta alla composizione classica di stampo hollywoodiano dove tutto ciò che si vede deve essere intenso e ben illuminato per eliminare qualsiasi ambiguità. Le immagini quindi, in Post Tenebras Lux non sono illustrative nè, tanto meno, in funzione della narrazione, l’emozione non viene dalla narrativa e questo indubbiamente può spiazzare e lasciare interdetti.

Post Tenebras Lux è, in conclusione, un film che esalta il talento visivo del cineasta messicano, di non facile lettura, che continuerà a dividere e a far discutere, il suggerimento è di evitare di ricercare una logica convenzionale perché, come lui stesso afferma: “dovessi diventare schiavo della realtà, potrei anche non fare film

Watch it

PARASITE (2019) BONG JOO-HO

Parasite (2019) Comedy, Drama, Thriller | 2h 12min | 17 October 2019 (Germany) 8.6
Director: Bong Joon HoWriters: Bong Joon HoStars: Kang-ho Song, Sun-kyun Lee, Yeo-jeong JoSummary: Jobless, penniless, and, above all, hopeless, the unmotivated patriarch, Ki-taek, and his equally unambitious family--his supportive wife, Chung-sook; his cynical twentysomething daughter, Ki-jung, and his college-age son, Ki-woo--occupy themselves by working for peanuts in their squalid basement-level apartment. Then, by sheer luck, a lucrative business proposition will pave the way for an insidiously subtle scheme, as Ki-woo summons up the courage to pose as an English tutor for the teenage daughter of the affluent Park family. Now, the stage seems set for an unceasing winner-take-all class war. How does one get rid of a parasite? Written by Nick Riganas

Photos


See all photos >>

Sinossi:
I quattro membri della famiglia di Ki-taek sono molto uniti, ma anche molto disoccupati, e hanno davanti a loro un futuro incerto. La speranza di un’entrata regolare si accende quando il figlio, Ki-woo, viene raccomandato da un amico, studente in una prestigiosa università, per un lavoro ben pagato come insegnante privato. Con sulle spalle il peso delle aspettative di tutta la famiglia, Ki-woo si presenta al colloquio dai Park. Arrivato a casa del signor Park, proprietario di una multinazionale informatica, Ki-woo incontra la bella figlia Yeon-kyo. Ma dopo il primo incontro fra le due famiglie, una serie inarrestabile di disavventure e incidenti giace in agguato.


Lo so, si è già scritto tanto di questo film che forse si può considerare la migliore uscita del 2019, ma vorrei esprimere la mia opinione su un’opera che sta riscuotendo numerosi riconoscimenti e che credo continuerà a farlo (vedi la candidatura agli Oscar 2020).
Il regista Bong Joo-ho è la testimonianza della continua crescita del cinema coreano: ormai tutti conoscono i film del prolifico Kim Ki-duk (Ferro3, L’arco, L’isola, Pietà) o dell’ormai quasi americano Park Chan-wook (Oldboy, Stoker, The Handmaiden) ma gli appassionati conosceranno anche Lee Chang-dong (Poetry, Oasis) oppure Kim Ji-woon (I saw the devil, Two sisters) per non parlare di una miriade di bravi registi che hanno dato vita a un vero e proprio movimento. A questo proposito mi pare questo il momento di menzionare l’iniziativa del The Korean Film Archive che sul suo canale YouTube ha messo a disposizione gratuitamente più di duecento titoli (una parte di questi è sottotitolata in italiano).
Lo stesso regista di Parasite ha intrapreso un percorso interessante che lo ha già fatto conoscere ai cinefili di tutto il mondo con Memories of a murder e The host e al grande pubblico con la produzione americana Snowpiercer.


Con quest’ultimo film il regista ritorna in patria affrontando una tematica che descrive la società coreana odierna, ma che si può facilmente estendere a tutte le società occidentali. Attraverso l’incontro di due famiglie dall’estrazione sociale diversa si scatena un vero e proprio conflitto di classe. Bong, nelle sue interviste ci racconta di aver tratto ispirazione principalmente da due situazioni: una personale riferita al fatto che da giovane ha lavorato lui stesso come tutor per una famiglia ricca sentendo spesso fuori posto e a disagio in un ambiente non suo, la seconda è relativa al suo precedente film, Snowpiercer, ambientato in un treno apocalittico che racchiude un microcosmo di società umana suddiviso in classi. Parasite è quindi il naturale sviluppo tematico di Snowpiercer, questa volta la storia non è fantascientifica ma realistica, ambientata in tempo e luogo ben precisati che subisce una trasformazione dagli sviluppi imprevedibili.
E’ anche nella capacità di cambiare registro in modo repentino la grandezza di questo film che passa con naturalezza dalla commedia, al melodramma familiare all’horror senza perdere di coerenza e compattezza e facendo in modo che lo spettatore non intuisca mai cosa possa avvenire in seguito.


Per fare questo Bong si affida ad alcuni elementi ricorrenti nel film che assumono precise valenze narrative e simboliche. Prima di tutto le scale. Il regista e i suoi collaboratori spesso, sul set, si riferivano al film come a “un film di scale”, in effetti, ce ne sono molte, dalla scala del seminterrato della famiglia povera a quella della famiglia ricca che porta al soggiorno dalle grandi vetrate o anche la scala, nascosta, del bunker dietro la parete o ancora la scala che porta al quartiere di baracche dove vive la famiglia povera. La centralità di questo elemento scenografico può essere evidenziata, oltre che dall’aspetto simbolico rappresentato dall’ascesa sociale, anche da un gioco fatto durante le riprese del film nel quale il regista ha chiesto ai suoi
collaboratori, quale fosse per loro la miglior scena di scale della storia del cinema. Le risposte sono state variegate ma su tutte sono emerse le famose scene di Hitchcock in Psycho e Notorious, ma anche Dassin e Losey oltre che la scena della scala in L’uomo nell’ombra di Polanski dal quale Bong Joo-ho ha tratto ispirazione facendo mettere una lastra di vetro a lato delle scale per filmare le persone che salgono.


Altro tema ricorrente, anche questo simbolico, è dato dalle relative posizioni che i personaggi assumono durante lo svolgersi degli eventi. La classe dominante è evidentemente posta su un piano più alto, non a caso la famiglia di Ki-taek vive in un seminterrato in una zona posta infinitamente più in basso della zona residenziale, nella scena della tenda l’intera famiglia sotto il tavolo si trova più in basso dei coniugi sul divano, infine il bunker, nascosto dietro una parete posto quasi nelle viscere della casa che segna una vera svolta narrativa trasformando la vicenda da satira sull’ascesa sociale a qualcosa di più profondo e imprevedibile.


Ho tralasciato finora il titolo che merita un discorso a parte, chi sono i parassiti menzionati? Il regista non ha voluto svelare la sua idea in merito lasciando che lo spettatore traesse le sue conclusioni autonomamente, gli indizi non mancano: sono i ricchi che vivono sfruttando il lavoro delle classi più deboli o certi disperati costretti dalle condizioni di vita a vivere alle spalle di ricche famiglie? Alla fine nessuno è cattivo fino in fondo l’unico vero cattivo della storia sembra essere il capitalismo che scatena determinati meccanismi. Il finale non chiarisce il dilemma: è una speranza o è la definitiva pietra tombale su una situazione ormai consolidata? Non vi dico di più. Vedetelo.

ALL THIS VICTORY (2019) AHMAD GHOSSEIN

All This Victory (2019) Drama, War | 1h 33min | 31 August 2019 (Italy) 7.0
Director: Ahmad GhosseinStars: Flavia Bechara, Issam Bou Khaled, Adel ChahineSummary: Lebanon, July 2006. War is raging between Hezbollah and Israel. During a 24h ceasefire, Marwan heads out in search of his father who refused to leave his Southern village and leaves his wife Rana preparing alone their immigration to Canada. Marwan finds no traces of his father and the ceasefire is quickly broken, forcing him to take shelter in Najib's house, his father's friend. Marwan finds himself trapped under the rain of bombs with Najib and a group of elders, friends of his father. Tension rises inside and outside of the house. Suddenly, a group of Israeli soldiers enter the first floor. The next three days sees the situation spiral out of control. Written by Abbout Productions

Photos


See all photos >>

Sinossi:

Libano, luglio 2006. La guerra infuria tra Hezbollah e Israele. Durante un cessate il fuoco di ventiquattro ore, Marwan si reca in cerca del padre che rifiuta di lasciare il suo villaggio nel sud del paese. Appena la tregua s’interrompe, Marwan si ritrova sotto una pioggia di bombe e si rifugia in una casa con un gruppo di anziani. All’improvviso un gruppo di soldati israeliani irrompe nella casa. Intrappolati dalle mura ma anche dalle proprie paure, i tre giorni successivi saranno un susseguirsi di eventi fuori controllo.

Il cortile di una scuola, un anziano mago mette in scena uno spettacolo di magia, la scolaresca lo segue attenta, la magia riesce ma non c’è stupore fra quei bambini. Questa è la scena iniziale di All this victory e ben rappresenta la tematica del film: un clima di guerra che si protrae da oltre trent’anni e una propaganda governativa a base di mitologia, hanno distrutto la capacità di sognare e di gioire nelle nuove generazioni.

A tutto ciò è legata la situazione della generazione dei quarantenni che si trova nella condizione di non poter scegliere se rimanere o lasciare un paese così travagliato. La scelta di ambientare il film all’interno di una casa è significativa da questo punto di vista, si può interpretare come metafora di un intero paese intrappolato in una situazione più grande di lui, e, infatti, i soldati israeliani che occupano la stessa casa nella quale sono rifugiati i civili si trovano al piano superiore a simboleggiare il senso di oppressione che il popolo libanese vive da decenni.

All this victory è un film di guerra atipico, il punto di vista è quello dei civili che si ritrovano in mezzo agli scontri, la guerra non viene rappresentata visivamente ma è ogni presente al livello sonoro rendendo il clima opprimente e claustrofobico. Il nemico è vicino, indefinito, incomprensibile e per questo ancora più terrificante. Non ci sono eroi ma personaggi, gente comune, che subisce una situazione via via sempre più insostenibile.

Come già accennato il regista libanese, sceglie di non inquadrare la guerra lasciandola fuori campo, questo rende l’impianto sonoro del film di grande importanza e riveste un ruolo predominante in tutta la pellicola. Qualche pecca si può trovare a livello visivo a causa del basso budget a disposizione e a qualche incertezza nei movimenti della macchina da presa, ma si possono trovare anche immagini di forte impatto visivo che denotano una grande attenzione alla composizione del quadro. Il cast si divide fra attori professionisti e non, questo ha portato il regista a girare le scene nella casa in ordine cronologico per facilitare la recitazione degli attori non professionisti.

Seppur girato con un taglio documentaristico, la scelta di non approfondire la situazione socio-politica nella quale la vicenda è ambientata ne limita la piena comprensione a livello storico, anche se probabilmente l’intento era di trasmettere l’universalità della condizione dei civili in zona di guerra. Come dichiarato dallo stesso regista Hamad Ghossein, pur essendo stato girato prima dei recenti moti rivoluzionari in Libano, la storia e il messaggio sono da inquadrare proprio nei recenti fatti e nella volontà del popolo libanese di liberarsi dai meccanismi che hanno contribuito a trascinare il paese in una guerra perenne.

In conclusione il primo lungometraggio di Hamad Ghossein, già conosciuto come video artist e documentarista è un ottimo film già premiato a Venezia come miglior film alla settimana della critica e ora in concorso al 25° Medfilm Festival di Roma.

A TALE OF THREE SISTERS (2019) EMIN ALPER

Summary:

Sinossi:

A TALE OF THREE SISTERS racconta la storia di tre sorelle di un povero villaggio dell’Anatolia centrale. Le ragazze sono state adottate da famiglie benestanti come domestiche (“besleme” in turco) nella speranza di migliorare la loro vita. Tuttavia, tutti e tre sono costrette a tornare al villaggio a causa di circostanze impreviste. Quando Reyhan torna a casa incinta, suo padre Sevket la sposa in fretta con il povero pastore del villaggio Veysel, che viene trattato con disprezzo non solo nel villaggio, ma anche nella casa di Sevket. Havva ritorna dopo la triste ma inevitabile morte del suo fratello adottivo, che ha combattuto una malattia terminale. Pochi giorni dopo il ritorno di Havva, Nurhan viene riportata nel villaggio dal padre adottivo Necati. Per la prima volta da anni, Reyhan, Havva e Nurhan si riuniscono. La più grande sfida di Sevket è persuadere Necati a prendere Havva come “besleme” nella sua casa dopo la partenza di Nurhan. Con l’aiuto del sindaco del villaggio, mette sotto pressione Necati. Veysel, che ha anche il progetto di lasciare il villaggio poiché disprezza la sua condizione di pastore, chiede a Necati un lavoro che lo porterà fuori dal villaggio. Mentre le tre sorelle affrontano il loro nuovo ambiente familiare e le loro relazioni, Sevket, Necati e Veysel si riuniscono attorno a un banchetto, che conduce a una serie di scontri inaspettati.

Il film è evidentemente, ma non dichiaratamente, ispirato al dramma teatrale Tre sorelle di Anton Cechov e il regista sceglie un approccio teatrale per raccontare questa fiaba per adulti ambientata in un villaggio sperduto tra le montagne dell’Anatolia centrale. In realtà la pellicola è stata girata nel distretto di Yusufeli a nord est della Turchia a causa della difficoltà di trovare un villaggio privo di costruzioni moderne che rispondesse alle esigenze della storia.

Oltre al tema della situazione femminile e del tentativo di emancipazione delle tre sorelle dalla situazione oppressiva e soffocante del piccolo villaggio isolato tra le montagne e senza nessuna prospettiva di miglioramento della condizione sociale, emergono anche i temi della disuguaglianza e della forza delle tradizioni e dei rituali che tengono unita la comunità. La figura della donna, seppur subordinata ai personaggi maschili, non è mai passiva: la volontà delle tre sorelle di evadere da una realtà soffocante è forte, anche se si scontra con eventi imprevisti e drammatici.

Da un punto di vista cinematografico Alper sceglie, come già detto di dare un’impostazione teatrale mettendo soprattutto in risalto lo splendido paesaggio montano che diventa quasi uno dei personaggi del film grazie anche all’ottima fotografia di Emre Erkmen. Proprio l’impostazione è forse il limite maggiore di questo dramma, i lunghi dialoghi, infatti, ne limitano la tensione emotiva. Ne risulta un film eccessivamente lungo ma apprezzabile per il modo in cui vengono trattate tematiche universali e attualissime.

Il regista turco Emin Alper si conferma come uno dei registi più interessanti del panorama europeo, con i suoi primi due lungometraggi ha già ricevuto riconoscimenti internazionali: Caligari Film Prize alla Berlinale per Beyond the hill (2012) e Premio della giuria al festival di Venezia per Frenzy (2015); quest’ultimo lavoro, già presentato al Festival di Berlino è in concorso al 25° Medfilm Festival di Roma.

CLIMAX (2018) GASPAR NOE’

Climax (2018) Drama, Horror, Music | 1h 37min | 6 December 2018 (Germany) 7.1
Director: Gaspar NoéWriters: Gaspar NoéStars: Sofia Boutella, Romain Guillermic, Souheila YacoubSummary: In the mid 1990's, 20 French urban dancers join together for a three-day rehearsal in a closed-down boarding school located at the heart of a forest to share one last dance. They then make one last party around a large sangria bowl. Quickly, the atmosphere becomes charged and a strange madness will seize them the whole night. If it seems obvious to them that they have been drugged, they neither know by who nor why. And it's soon impossible for them to resist to their neuroses and psychoses, numbed by the hypnotic and the increasing electric rhythm of the music. While some feel in paradise, most of them plunge into hell. Written by Anonymous Two

Photos


See all photos >>

Sinossi:

Una compagnia di ballo si ritrova per le prove in un remoto edificio scolastico in una notte d’Inverno. Un brindisi a base di sangria dà il via però ad un incubo senza fine quando qualcuno versa nel vino dosi massicce di LSD.

Estremo. Ogni film di Noè è un’esperienza estrema, allucinante, non si può fare a meno di essere trascinati nel suo delirio. Trasporta lo spettatore lì dove avviene l’azione e non c’è modo di uscirne.
Climax è appunto il culmine di quanto scritto sopra, a un certo punto si desidera che tutto finisca, come lo vorrebbero i personaggi del film, ma non c’è modo, si è costretti a vivere l’assurdo fino in fondo, fino alle estreme conseguenze.

Noè ottiene tutto questo attraverso un’abile regia fatta di lunghi piano sequenza, soggettive e semi soggettive. La sceneggiatura, che riprende fatti realmente accaduti nel 1996, è di sole 5 pagine e costringe gli attori (in realtà tutti ballerini tranne Sofia Boutella) a improvvisare. Le riprese sono state effettuate in ordine cronologico anche per accentuare lo spirito di competizione tra i ballerini spingendoli a realizzare danze psicotiche assimilabili a quelle che si manifestano negli stati di possessione. Non a caso una scena in particolare richiama fortemente alla memoria la scena della metro in Possession di Zulawski.

Anche la palette dei colori è particolare e ricorda le tonalità usate in Suspiria (1977): predomina il rosso, ma con il procedere della pellicola emergono altri colori: il verde acido e mortale, il giallo malato, il viola cupo.
Quello che emerge dal film è lo spirito di sopravvivenza che premia i più forti, non c’è un bene o male, le sostanze non fanno altro che far emergere gli aspetti nascosti e repressi dei personaggi provocando conseguenze imprevedibili e definitive.

Watch it

WP Tumblr Auto Publish Powered By : XYZScripts.com