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Parlami di Lucy (2018) Giuseppe Petitto

 

 Occhi Chiusi (2017) on IMDb

Il cinema indipendente italiano continua a sfornare opere molto interessanti e coraggiose come questo film ultimato nel 2015 che esce in questi giorni nelle sale italiane.

Nicole, suo marito Roman e la piccola Lucy vivono in una bella casa tra le montagne del Nord-Est ma non sembrano felici: la coppia è evidentemente in crisi a causa di un tradimento di Roman e questo si ripercuote sulla bambina molto chiusa e problematica. Sogni inquietanti e visioni oscure tormentano Nicole, Lucy sembra sempre più in pericolo a causa di fenomeni inspiegabili che si manifestano nella casa. Le certezze di Nicole vacillano e vengono messe in discussione per salvare la bambina, ma la soluzione che sembra a portata di mano, si allontana e niente è più come sembrava.

 

 

La figura di Nicole è centrale in questo dramma psicologico, intricato e sofisticato. Interpretata dalla bravissima Antonia Liskova (Sconnessi, Seguimi-in my steps), Nicole fornisce il singolo punto di vista attraverso il quale si dipana l’intera trama. Lo spettatore viene accompagnato, attraverso il suo sguardo, lungo il percorso che intraprende la donna per risolvere l’enigma che la angoscia.  Al suo fianco Roman, il marito, interpretato da Michael Neuenschwander, riesce a trasmettere una sensazione di incertezza e di sospetto funzionale all’intreccio e allo svelamento finale. Infine c’è il personaggio di Lucy una bambina bellissima, eterea e, allo stesso tempo, inquietante e fredda (capirete il perché guardando il film) interpretata dalla convincente Linda Mastrococcia.

Un altro interprete fondamentale del film è il paesaggio descritto in modo suggestivo dal regista che prima di questo film è stato un apprezzato documentarista di livello internazionale. In questo senso la montagna sembra avere un ruolo di oppressione e di angoscia e anche la palette di colori scelta per rappresentarla va in questa direzione. La regia è attenta a non svelare anticipatamente le conseguenze finali e a indagare da vicino, quasi ossessivamente, il personaggio di Nicole. Le musiche originali di Theo Teardo sottolineano in modo preciso ed emozionante i passaggi del film. I dialoghi sono ridotti all’essenziale, Roman spesso parla in tedesco a sottolineare l’incomunicabilità di fondo della coppia e la solitudine di Nicole impegnata in una lotta con la sua coscienza.

La storia è quasi interamente ambientata all’interno della casa e il suo aspetto, come anche la personalità della protagonista, subisce una modificazione nel corso del film per cui all’inizio appare come un luogo accogliente e rassicurante man mano che la situazione evolve diventa sempre più inquietante e claustrofobica fino a diventare un vero e proprio luogo di detenzione. La stessa protagonista subisce una vera e propria trasformazione e alla fine del film sembra essere una donna diversa rispetto alle prime inquadrature.

Guardando il film ho notato quelle che a me sembrano delle citazioni eleganti e appena accennate al maestro del thriller Alfred Hitchcock in almeno in un paio di scene: la prima in una scena girata sulle scale che richiama alla mente la celebre scena di Psycho e l’altra in una ripresa aerea, una soggettiva dalla visuale degli uccelli come nell’omonimo film del regista inglese.

Bellissime le scene oniriche e in particolare la scena iniziale ambientata tra le bianche rocce carsiche ma in generale tutte le riprese ambientate all’esterno della casa restituiscono il fascino e la maestosità della montagna.

Uno dei limiti del film a mio parere può essere l’eccessivo uso del flashback e della suspense che rischiano, in alcuni punti di disorientare lo spettatore, ma il risultato finale è un’opera molto interessante e coinvolgente soprattutto considerando il livello medio del cinema italiano attuale.

Purtroppo questa rimarrà l’unica opera di finzione di questo bravo e sensibile regista prematuramente scomparso a quarantasei anni a causa di un incidente stradale, peccato perché con quest’opera prima ha dimostrato ancora una volta che, più che con i grandi mezzi, i buoni film si fanno attraverso le idee.

 

Scappa – Get Out (2017) Jordan Peele

Cos’hai? – Lo sanno che sono nero? – Dovrebbero? – Sarebbe una cosa da sapere. – Mamma e papà: il mio bel fidanzato nero verrà con me questo fine settimana e non voglio che rimaniate scioccati… dall’uomo nero!

il luogo sommerso significa che siamo emarginati. Non importa quanto duramente urliamo, il sistema ci zittisce” Jordan Peele

 Scappa: Get Out (2017) on IMDb

Acclamato dalla critica e amatissimo dal pubblico Scappa- Get out è considerato uno tra i migliori film dell’anno appena trascorso. Personalmente credo che sia un grande film perché tratta una tematica particolare come quella del razzismo in modo innovativo inserendola in un genere che generalmente poco si presta a tali considerazioni.

Una coppia di giovani, Chris e Rose, si appresta a far visita alla famiglia della ragazza in Alabama, Chris è preoccupato perché i suoi genitori non sanno che lui è un ragazzo di colore e ha paura che ciò possa essere un problema ma convinto dalle rassicurazioni di Rose decide di affrontare la situazione. Giunti a destinazione troveranno un ambiente apparente idilliaco, ma alcune note stonate indirizzeranno la storia verso un epilogo inaspettato e terrorizzante.

 

Girato in appena ventitré giorni, completamente in digitale, è l’opera d’esordio del regista Jordan Peele, il quale mette al centro la questione razziale che ancora infiamma la società civile americana come dimostrano i numerosi scontri avvenuti nel 2016 dai quali il regista a preso spunto per affrontare l’argomento. Non a caso la storia si svolge in Alabama, il profondo sud che combatté fino all’ultimo contro l’integrazione degli afroamericani. I colori caldi, solari autunnali sembrano contrastare con il clima di terrore che si instaura nel corso del film contribuisce a creare un clima di apparente normalità.

 

Pur partendo da un presupposto che spesso abbiamo già visto al cinema: il fidanzato di colore che entra nella famiglia bianca di lei, la vicenda si sviluppa subito in maniera differente e, quello che sembrava un tono da commedia, assume i contorni dell’horror.

La musica sottolinea in modo efficace i vari passaggi della pellicola a volte anticipando in qualche modo la tematica come nel caso della canzone della scena iniziale: “Run Rabbit Run”. Oppure in una delle scene finali con “(I’ve Had) The Time Of My Life” che illustra perfettamente il personaggio di Rose la ragazza di Chris.

 

Inizialmente si era pensato a Eddie Murphy per il ruolo del protagonista Chris, ma è stato considerato troppo anziano per la parte e si è scelto il giovane Daniel Kaluuya (segnatevi questo nome, credo che presto ne sentiremo molto parlare) che con la sua recitazione intensa ed emozionante interpreta alla perfezione il suo ruolo. I due domestici interpretati da Marcus Henderson e Betty Gabriel sono inquietanti, la loro presenza insieme alla casa colonica in qualche modo ricordano il celebre quadro di Grant Wood American Gothic che rappresenta la cultura rurale degli Stati Uniti di inizio secolo.

Il montaggio è veloce mantiene la giusta tensione per tutta la durata del film, in questo senso è molto interessante la scena iniziale, con un lungo piano sequenza Peele ci illustra la situazione, apparentemente slegata dal resto della storia, ma che sarà invece fondamentale per la comprensione finale. Peele dissemina per tutto il film degli elementi indicatori e rivelatori che troveranno significato solo a visione ultimata. Per questo è importante prestare attenzione ai piccoli dettagli dal colore delle macchine alle foto scattate da Chris (rigorosamente in bianco e nero) e alle reazioni dei personaggi.

Curiosità, Il cognome della famiglia di Rose è Armitage, un chiaro riferimento a H.P.Lovercraft e alle sue note idee razziste. L’imbottitura della poltrona sulla quale sarà costretto Chris è di cotone, un chiaro riferimento al periodo della schiavitù. Infatti, come ha dichiarato lo stesso regista, benché nei giorni nostri l’imbottitura delle poltrone si fatta di poliestere, nel film è stata realizzata la poltrona imbottita di cotone per mantenere appunto il simbolismo.

A livello cinematografico il film si ispira ad altri capisaldi del cinema horror tra i quali “la notte dei morti viventi” “il silenzio degli innocenti” per la parte riguardante l’ipnosi e si possono trovare riferimenti al maestro del thriller Alfred Hitchcock sia nelle inquadrature sia nella realizzazione di alcune scene, in particolare la corsa del domestico verso Chris è una chiara citazione di Intrigo internazionale.

Get out quindi non è solo un classico film horror e comunque l’orrore raccontato nel film non è qualcosa di soprannaturale, ma piuttosto una sensazione quotidiana dalla quale spesso non si può scappare. Il “luogo sommerso” di cui si parla nel film rappresenta, infatti, l’emarginazione nella quale il sistema costringe i “diversi”.

 

 

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