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Sulla mia pelle (2018) Alessio Cremonini

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Sulla mia pelle non è un film bello, nel senso che non può mai essere bello vedere certe immagini né tanto meno pensare che una vicenda del genere possa accadere nella vita reale. Invece purtroppo è accaduta a Stefano Cucchi e sicuramente non solo a lui: il dato che scorre alla fine del film sul numero delle morti in carcere nel 2009 lascia molto da pensare, anche se ovviamente ogni situazione ha una storia a sè.

La storia è conosciuta, Stefano viene arrestato e accusato di detenzione e spaccio di droga, in seguito all’arresto subisce la rottura di due vertebre e numerose altre lesioni che lo porteranno alla morte nella settimana seguente. Per questa vicenda c’è ancora un processo in corso nel quale sono indagati i carabinieri accusati di aver procurato le lesioni e i medici delle strutture ospedaliere che hanno preso in cura il ragazzo.

Il film non si preoccupa di fare luce sugli eventi che hanno portato alla morte di Stefano, ma si concentra sull’aspetto personale e familiare della vicenda. Per questo non può essere considerato un film di denuncia vero e proprio, ma una ricostruzione, necessaria, affinché tutto questo non sia dimenticato o possa essere travisato nel corso del tempo. Oltre alla sfera personale però c’è anche una chiara denuncia morale delle istituzioni, a tutti i livelli, i cui funzionari sono più preoccupati che qualcuno possa contestare a livello burocratico il proprio operato piuttosto che segnalare o rimediare a una situazione evidentemente compromessa. Allargando il campo è l’immagine di una società de-umanizzata nella quale ognuno si preoccupa esclusivamente della propria sfera di competenza nella quale la burocrazia è un meccanismo infernale nelle cui piaghe si insinuano comportamenti illeciti con conseguenze anche irrimediabili come nel caso di Stefano. Il sistema non è colpevole in sé, ma lo diventa nel momento in cui il comportamento sbagliato di singoli elementi viene accettato e coperto dalle istituzioni e dai suoi rappresentanti. Alcune figure sono poi totalmente inadeguate come nel caso del carabiniere che deve notificare il decesso all’ignara madre il quale presentandosi alla porta esordisce con un “buongiorno” che suona terrificante.

La regia è semplice, equilibrata e poco appariscente, secondo me volutamente, per dare spazio alla storia. Le interpretazioni dei protagonisti sono superlative: Alessandro Borghi interpreta Stefano con grande intensità e lo fa suo (il confronto tra la voce nel film e la registrazione audio alla fine del film è impressionante), Jasmine Trinca è sorprendente nella parte di Ilaria Cucchi della quale riproduce le movenze e gli atteggiamenti che abbiamo imparato a conoscere attraverso i telegiornali durante la sua battaglia (non ancora terminata) per portare alla luce gli eventi che hanno causato la morte del fratello. Menzione a parte per Max Tortora che, dopo “La terra dell’abbastanza”, si ritrova nuovamente a interpretare un ruolo drammatico e nuovamente come genitore riuscendo a essere naturale e convincente.

SULLA MIA PELLE

Sicuramente non è un film che si impone dal punto di vista tecnico o stilistico, ma è un film necessario come documento per la formazione di una nuova e più consapevole coscienza civile. Per questo un applauso va a tutti quelli che hanno contribuito alla realizzazione di quest’opera, i tentativi di boicottaggio della distribuzione che stiamo vedendo in questi giorni confermano che si tratta di un film scomodo che va a toccare un punto delicato e sensibile della società. Fortunatamente i dati di affluenza e gli incassi ai botteghini, nonostante il film sia disponibile anche su Netflix, indicano che gli spettatori non solo sono sensibili all’argomento, ma hanno voglia di capire e di andare a fondo a una delle vicende più oscure di quello che dovrebbe essere uno stato democratico, moderno e soprattutto civile.

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