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La quinta stagione (2012) Peter Brosens, Jessica Woodworth

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” bisogna avere il caos dentro per generare la stella danzante “.

” preferisco essere l’uomo del paradosso che l’uomo del pregiudizio “.

La vita scorre tranquilla in un piccolo villaggio delle Ardenne, tra la mungitura delle mucche e i preparativi per la festa d’inverno con la quale si scaccia la stagione fredda e ci si prepara alla primavera. Qualcosa va storto; il falò propiziatorio, composto dalle fascine preparate da tutto il paese, non si accende gettando un velo di preoccupazione tra i paesani.Da quel momento in poi la natura non segue più il suo corso, la primavera non arriva, i semi nei campi non germogliano, le mucche smettono di dare latte, i rapporti tra gli abitanti si fanno sempre più tesi, si raccolgono insetti come fonte di nutrimento e si vende il proprio corpo in cambio di cibo.Fin da subito si alzano voci nei confronti del filosofo errante appena arrivato in paese insieme al figlio disabile e ritenuto responsabile (contro ogni logica) di quanto avviene in paese. Le conseguenze di questi avvenimenti non potranno che essere drammatiche e chi si salverà, non può avere un futuro luminoso davanti a se come si vedrà in una delle ultime scene.

Man mano che si perdono i riferimenti dello scorrere canonico delle stagioni assistiamo a un imbarbarimento delle persone, a un arretramento sociale e alla perdita di umanità in favore di un individualismo sfrenato fino alla totale perdita di umanità simboleggiata dalle maschere da dottore della peste che i paesani indosseranno prima di scagliarsi contro il filosofo.Questo passaggio verso l’imbarbarimento è evidenziato anche dalle immagini: dapprima ci mostrano i colori della natura come in un quadro di Bruegel oppure sottolineando il contrasto tra il paesaggio freddo e invernale e gli ambienti colorati e caldi del villaggio, sul finale invece i colori sono quasi completamente desaturati e tutto acquista un’aria grigia e nebbiosa.

La pellicola riesce a mantenere una tensione costante per tutta la durata del film grazie soprattutto alle splendide inquadrature che emozionano e rapiscono lo sguardo come dei veri e propri quadri in movimento che, soprattutto nelle prime inquadrature, si soffermano sul paesaggio dove l’uomo quasi scompare a cospetto della maestosità della natura. Anche la composizione del quadro è indicativa in questo senso: alcune inquadrature richiamano esplicitamente Aleksandr Dovzhenko con l’equilibrio dell’orizzonte totalmente spostato in alto e la terra che ricopre quasi totalmente lo schermo.

La camera si muove poco e quando lo fa, si muove attraverso lente carrellate laterali che ci svelano via via nuovi elementi dell’ambiente circostante a discapito dell’uomo che esce dall’inquadratura. Questo forse è il segno cinematografico del film che indica come la natura cerchi di riappropriarsi dello spazio invaso dall’uomo. Non a caso i due registi, marito e moglie, sono un antropologo culturale (Peter Brosens) e una documentarista (Jessica Woodworth) che con questo film molto apprezzato alla 69° edizione della Mostra di Venezia 2012 chiudono la trilogia sullo scontro uomo-natura iniziata con i primi due lavori Khadak (2006) e Altiplano (2009).

Una sfida tra uomo e natura che in questo film è dichiarata già nella prima inquadratura e si conclude con l’ultima scena, a favore di chi sta a voi scoprirlo guardando il film.

Numerose le influenze e le citazioni che si possono cogliere in questa pellicola da ” Il settimo sigillo ” di Bergman, ad alcune scene surreali che ricordano Roy Andersson, o alle atmosfere liquide e nebbiose di Tarkovskij.

Un film insomma sicuramente da vedere che riempie lo sguardo e il cuore il cui difetto principale forse è di non aver sviluppato la storia come le splendide inquadrature avrebbero meritato, in quel caso si sarebbe parlato di capolavoro.

Recensione

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