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La leggenda di Kaspar Hauser (2012) Davide Manuli

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“Hai detto che tornavi, e sei tornato. Ma dove sei stato se non c’è altro posto che qui?”

Un cult lo riconosci quando un film, seppur non perfetto, ti rimane dentro e lavora lasciandoti la voglia e l’urgenza di condividerne contenuti e impressioni, è questo il caso di “La leggenda di Kaspar Hauser” di Davide Manuli.

La storia è quella del cosiddetto “fanciullo d’Europa”, Kaspar Hauser. Il lunedì di pentecoste del 1828, in una piazza di Norimberga, compare dal nulla un ragazzo di sedici anni, non parla, ma porta con sé una lettera con scritto sopra il suo nome e la richiesta di essere ricevuto dal capo delle guardie. Il giovane, che si nutre unicamente di pane e acqua (l’odore della carne e dell’alcool gli provoca terribili convulsioni) reagisce violentemente alle stimolazioni sensoriali e non riesce a percepire la profondità tridimensionale dell’ambiente circostante tanto che ciò che vede fuori dalla finestra gli appare come un quadro statico. Dopo i primi due mesi, nei quali viene esibito come un fenomeno da baraccone, Kaspar inizia a soffrire di nevrosi ed è affidato alle cure del Prof. Daumer. Con lui impara a leggere, a scrivere e a far di conto fino ad arrivare a progettare di pubblicare la sua autobiografia. Lui stesso ricostruisce il periodo precedente alla sua comparsa ricordando di aver vissuto i precedenti dodici anni incatenato al pavimento di una cella buia, alimentato con pane e acqua da un ignoto aguzzino, il quale lo picchiava appena cercava di richiamare l’attenzione facendo rumore. In seguito a un primo attentato, che fece accrescere i sospetti di una cospirazione nei suoi confronti, il ragazzo fu tolto al Prof. Daumer passando dalle mani di vari Signori e professori della città fino a quando fu pugnalato da uno sconosciuto morendo tre giorni dopo. Sulla sua lapide si legge:

“Hic jacet Casparus Hauser aenigma sui temporis ignota nativitas occulta mors”.

“qui riposa Kaspar Hauser, enigma del suo tempo. Ignota la sua origine, misteriosa la sua morte”

La storia è stata oggetto d’innumerevoli scritti e rappresentazioni tra le quali il film Kaspar Hauser di Kurt Matull (1915) e il più famoso “L’enigma di Kaspar Hauser” di Werner Herzog (1974). Con questo film del 2012, Davide Manuli rivisita la storia in chiave postmoderna ambientando la vicenda in un non-luogo, un’isola, la splendida e selvaggia Sardegna, in una società ipotetica e surreale nella quale gli unici personaggi sono lo sceriffo (Vincent Gallo), il pusher (Vincent Gallo), la duchessa (Claudia Gerini), la puttana (Elisa Sednaoui), il servo (Marco Lampis) ai quali si aggiungerà Kaspar Hauser (Silvia Calderoni).

La bella fotografia di Tarek Ben Abdallah inquadra sapientemente il brullo paesaggio sardo rendendo perfettamente la sensazione di essere fuori dal tempo. Tale sensazione è accentuata anche da come il regista sceglie di rappresentare i suoi personaggi: lo sceriffo sembra uscito da un film western con il cavallo sostituito da una vecchia motocicletta, il pusher è un motociclista con una tuta bianca e il casco alla Daft Punk (particolare questo non irrilevante), il prete (spretato?) che indossa una tonaca improbabile, la scritta priest sul retro e la pistola alla cintura.

I dialoghi sono spesso al limite del non senso, ciò può sembrare un difetto, ma, a mio parere, indicano la cifra stilistica del film che vuole rappresentare una vicenda che già di per sé è surreale e priva di senso. Sempre i dialoghi danno la cifra dell’incomunicabilità non solo del protagonista quanto degli altri personaggi che fanno fatica anche a comunicare tra loro, ognuno di essi si esprime in una lingua diversa: lo sceriffo parla un americano strascicato, il pusher un italiano stentato con forte accento americano, il prete infine un misto di dialetto pugliese e inglese maccheronico, come se, paradossalmente fosse l’ambiente circostante incapace di entrare in contatto con Kaspar Hauser e non il contrario. La colonna sonora ipnotica e potente già dai titoli di testa di Vitalic fa da collante e filo conduttore di tutto il film, d’altra parte lo stesso Kaspar si muove ininterrottamente al tempo della musica che esce dalle cuffie che indossa costantemente. Non a caso una delle scene più suggestive si svolge sulla spiaggia, dove è montato un enorme impianto che spara musica techno a tutto volume (da notare l’assonanza house/hauser).

Già detto del riferimento/omaggio al gruppo dei Daft Punk troviamo altri riferimenti e citazioni cinematografiche, da Bunuel (la scena della ciotola che cammina da sola rimanda alla bara che scivola nel deserto in Simon del deserto), ai freaks e inquadrature tipiche dei film di Ciprì e Maresco, fino alla mitica scena di Taxi driver con De Niro di fronte allo specchio. Il cast è ben assortito con punte di bravura in Vincent Gallo che si destreggia bene nel doppio ruolo di sceriffo e pusher, Silvia Calderoni che con la sua figura androgina acquista una valenza individuale che supera la distinzione uomo/donna, e il sempre bravissimo Alberto Gifuni. In conclusione La leggenda di Kaspar Hauser è un film sicuramente non perfetto e neanche di facile visione, i dialoghi sono spesso ripetitivi e la durata di alcune scene può sembrare inutilmente lunga, ma è un film coraggioso e ipnotico che restituisce un’esperienza visiva notevole, un’imponente installazione artistica che cerca di travalicare i canoni della narrazione filmica.

Recensione

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