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COLD WAR (2018) PAWEL PAWLIKOWSKI

“Ojojoj non innamorarti di quel ragazzo… ma sono andata comunque con lui e lo amerò finché vivrò” – Dwa serduska.

Probabilmente non vincerà la fortissima concorrenza di Roma per l’Oscar al miglior film straniero, ma la candidatura è autorevole, il premio alla regia ricevuto a Cannes e i premi al recente European Film Awards (miglior film, regia, sceneggiatura, montaggio e attrice) lo confermano. Da parte mia farò sicuramente il tifo per questo film poetico e delicato.

Cold war racconta la travagliata storia d’amore tra Viktor (Tomasz Kot) e Zula (una sorprendente e intensa Joanna Kulig). Siamo in Polonia, nell’immediato dopoguerra, Viktor mette su e dirige una compagnia di danza popolare e già dai provini rimane colpito dall’intraprendenza e dal carisma di Zula, ne nasce una travagliata storia d’amore. La compagnia comincia una lunga tournée che attraverserà tutti paesi dell’est Europa fino ad arrivare a Berlino, avamposto del blocco sovietico. Qui le strade dei due si separano loro malgrado e comincia un lungo percorso attraverso gli anni e le città d’Europa fatto di bruschi distacchi e appassionati riavvicinamenti che culminano in un finale di cui non vi dirò ma che è poesia pura.

La storia, come dichiarato da Pawlikowski, è ispirata alla storia dei suoi genitori, ai quali il film è dedicato, i quali hanno vissuto una turbolenta storia d’amore simile a quella dei protagonisti. Dalle parole del regista: “erano due personalità molto forti, gente meravigliosa, ma un disastro come coppia”.

Pur partendo dalla storia dei due, Pawlikowski sceglie di utilizzare le vicende di un gruppo folk come veicolo per illustrare la situazione sociale e politica nella Polonia di quegli anni senza doverla spiegare, per fare ciò s’ispira a un vero gruppo folk, i Mazowsze, molto famosi in Polonia e tuttora attivo.

Il film è girato in un clamoroso bianco e nero che alterna la luce quasi accecante della campagna innevata polacca ai forti contrasti delle città inquadrate come nei film noir anni 50: chiaroscuri, asfalto bagnato, macchine nere. E anche la musica, che segue il percorso amoroso dei due, si modifica e si adatta alle diverse ambientazioni spaziando dal canto popolare alle atmosfere jazz di una Parigi bohemienne e decadente.

La regia è perfetta e riesce a condensare in poche inquadrature cambiamenti o salti temporali di anni senza perdere la coerenza o disorientare lo spettatore, molte inquadrature rapiscono gli occhi risuonando a lungo dopo la visione, insieme alla musica che le accompagna. In proposito vi anticipo che una canzone in particolare fa da filo conduttore a tutta la storia: “Dwa serduska”, un canto tradizionale polacco che viene eseguita in situazioni e stili diversi durante il film. Prima viene cantata da una giovane contadina, poi gonfiata dall’arrangiamento orchestrale e dal coro, infine anche in una versione jazz per il palcoscenico parigino. Quest’ultima versione è particolarmente struggente ed eseguita in modo intenso dalla protagonista mentre la camera la segue dolcemente girandole quasi intorno.

Curiosità: la protagonista Joanna Kulig compare anche in “Ida” dove interpreta una cantante.

Ancora una volta, dopo il folgorante “Ida” il regista/filosofo polacco dimostra una sensibilità e una padronanza non comune e riesce a confezionare uno dei film più belli dell’anno appena trascorso. Anche il pubblico di Cannes è sembrato essere d’accordo con questo giudizio riservandogli diciotto minuti di applausi dopo la proiezione.

Recensione

VAN GOGH – SULLA SOGLIA DELL’ETERNITA’ (2018) JULIAN SCHNABEL



“ – sono tutti pazzi gli artisti?  -non tutti, solo quelli bravi”

Questo film è un insieme di scene ispirate a dipinti di Vincent Van Gogh, eventi della sua vita comunemente accettati come fatti realmente accaduti, dicerie e scene completamente inventate. Il fare arte dà l’opportunità di realizzare qualcosa di concreto, che esprime una ragione di vivere, se esiste una cosa simile. Nonostante tutta la violenza e le tragedie sofferte da Van Gogh nella sua esistenza, non c’è dubbio che abbia vissuto una vita caratterizzata da una magica, profonda comunicazione con la natura e la meraviglia dell’essere. L’opera di Van Gogh è fondamentalmente ottimista. Le convinzioni e la visione alla base del suo singolare punto di vista rendono visibile e fisico ciò̀ che è inesprimibile. Sembra essere andato oltre la morte, incoraggiando gli altri a fare altrettanto. [sinossi]

Prima di parlare del film vanno fatte alcune premesse fondamentali, secondo me, per inquadrare il film nella giusta prospettiva.

Innanzitutto bisogna dire che non è solo un’opera di ricostruzione narrativa, oltretutto film del genere ce ne sono già stati molti come gli ottimi Brama di vivere di Vincente Minnelli (1956), Vincent & Theo di Robert Altman (1990) o il recente film di animazione Loving Vincent di Dorota Kobiela e Hugh Welchmann (2017).

Il regista Julian Schnabel è un affermato pittore di scuola espressionista la cui pittura trova punti in comune con quella di Van Gogh.

Il film prende spunto da tre elementi: il ritrovamento, nel 2016, di un libro mastro contenente sessantacinque disegni inediti dell’artista, una nuova teoria sulla morte del pittore sulla base di testimonianze dell’epoca e infine dal titolo di uno dei quadri di Van Gogh “At eternity’s gate” (1890 – Kröller-Müller Museum, Otterlo) dipinto due mesi prima della morte.

Come ha dichiarato il regista: “Questo è un film sulla pittura e un pittore e la loro relazione rispetto all’infinito”. “Contiene quelli che sono i momenti che considero essenziali nella sua vita; non è una biografia, ma la mia versione della storia. Una versione che spero possa avvicinarvi maggiormente all’artista”.

L’opera riesce nell’intento espresso, è un film, infatti, sulla ricerca interiore, sulla solitudine e sull’emarginazione. I colori accesi della natura comunicano alla perfezione la ricerca di Dio in essa che Van Gogh anela e che rappresenta nelle sue opere. Le riprese effettuate con la macchina a mano, che insegue da vicinissimo il protagonista comunicano la sensazione di febbrile agitazione e, a volte, lo stato di confusione in cui si ritrova l’artista a causa del disagio psichico che lo porterà in asilo psichiatrico. La parte inferiore dell’inquadratura è spesso sfocata proprio a emulare la visione confusa dell’artista nei momenti più difficili. Questi sono aspetti molto interessanti e particolari dal punto di vista stilistico che però possono essere anche un limite della pellicola che diventa forse troppo squilibrata e di difficile assimilazione.

Oltre alle riprese e ai dialoghi eccellenti, da sottolineare soprattutto i discorsi con Paul Gauguin e con il sacerdote che raccontano molto del personaggio Van Gogh e la colonna sonora, allo stesso tempo ipnotica e martellante di Tatiana Lisovkaia.

Concludendo, nonostante il film sia criticato da più parti, per essere didascalico e poco coraggioso, io lo reputo un buon film, emozionante, ben diretto e recitato magistralmente da Willem Dafoe che si cala perfettamente nella parte.

Come dice il regista è una versione e a me questa versione è piaciuta.

Ah quasi dimenticavo, vi consiglio di non abbandonare la sala appena partono i titoli di coda.

Recensione

Quarto Potere (1941) Orson Welles

Primo film ad utilizzare in modo estensivo la profondità di campo, ottenuta anche grazie all’impiego della stampante ottica: combinando inquadrature girate separatamente si ottiene una composizione perfettamente a fuoco in tutti gli elementi.

Sulla mia pelle (2018) Alessio Cremonini

Sulla mia pelle non è un film bello, nel senso che non può mai essere bello vedere certe immagini né tanto meno pensare che una vicenda del genere possa accadere nella vita reale. Invece purtroppo è accaduta a Stefano Cucchi e sicuramente non solo a lui: il dato che scorre alla fine del film sul numero delle morti in carcere nel 2009 lascia molto da pensare, anche se ovviamente ogni situazione ha una storia a sè.

La storia è conosciuta, Stefano viene arrestato e accusato di detenzione e spaccio di droga, in seguito all’arresto subisce la rottura di due vertebre e numerose altre lesioni che lo porteranno alla morte nella settimana seguente. Per questa vicenda c’è ancora un processo in corso nel quale sono indagati i carabinieri accusati di aver procurato le lesioni e i medici delle strutture ospedaliere che hanno preso in cura il ragazzo.

Il film non si preoccupa di fare luce sugli eventi che hanno portato alla morte di Stefano, ma si concentra sull’aspetto personale e familiare della vicenda. Per questo non può essere considerato un film di denuncia vero e proprio, ma una ricostruzione, necessaria, affinché tutto questo non sia dimenticato o possa essere travisato nel corso del tempo. Oltre alla sfera personale però c’è anche una chiara denuncia morale delle istituzioni, a tutti i livelli, i cui funzionari sono più preoccupati che qualcuno possa contestare a livello burocratico il proprio operato piuttosto che segnalare o rimediare a una situazione evidentemente compromessa. Allargando il campo è l’immagine di una società de-umanizzata nella quale ognuno si preoccupa esclusivamente della propria sfera di competenza nella quale la burocrazia è un meccanismo infernale nelle cui piaghe si insinuano comportamenti illeciti con conseguenze anche irrimediabili come nel caso di Stefano. Il sistema non è colpevole in sé, ma lo diventa nel momento in cui il comportamento sbagliato di singoli elementi viene accettato e coperto dalle istituzioni e dai suoi rappresentanti. Alcune figure sono poi totalmente inadeguate come nel caso del carabiniere che deve notificare il decesso all’ignara madre il quale presentandosi alla porta esordisce con un “buongiorno” che suona terrificante.

La regia è semplice, equilibrata e poco appariscente, secondo me volutamente, per dare spazio alla storia. Le interpretazioni dei protagonisti sono superlative: Alessandro Borghi interpreta Stefano con grande intensità e lo fa suo (il confronto tra la voce nel film e la registrazione audio alla fine del film è impressionante), Jasmine Trinca è sorprendente nella parte di Ilaria Cucchi della quale riproduce le movenze e gli atteggiamenti che abbiamo imparato a conoscere attraverso i telegiornali durante la sua battaglia (non ancora terminata) per portare alla luce gli eventi che hanno causato la morte del fratello. Menzione a parte per Max Tortora che, dopo “La terra dell’abbastanza”, si ritrova nuovamente a interpretare un ruolo drammatico e nuovamente come genitore riuscendo a essere naturale e convincente.

SULLA MIA PELLE

Sicuramente non è un film che si impone dal punto di vista tecnico o stilistico, ma è un film necessario come documento per la formazione di una nuova e più consapevole coscienza civile. Per questo un applauso va a tutti quelli che hanno contribuito alla realizzazione di quest’opera, i tentativi di boicottaggio della distribuzione che stiamo vedendo in questi giorni confermano che si tratta di un film scomodo che va a toccare un punto delicato e sensibile della società. Fortunatamente i dati di affluenza e gli incassi ai botteghini, nonostante il film sia disponibile anche su Netflix, indicano che gli spettatori non solo sono sensibili all’argomento, ma hanno voglia di capire e di andare a fondo a una delle vicende più oscure di quello che dovrebbe essere uno stato democratico, moderno e soprattutto civile.

La quinta stagione (2012) Peter Brosens, Jessica Woodworth

” bisogna avere il caos dentro per generare la stella danzante “.

” preferisco essere l’uomo del paradosso che l’uomo del pregiudizio “.

La vita scorre tranquilla in un piccolo villaggio delle Ardenne, tra la mungitura delle mucche e i preparativi per la festa d’inverno con la quale si scaccia la stagione fredda e ci si prepara alla primavera. Qualcosa va storto; il falò propiziatorio, composto dalle fascine preparate da tutto il paese, non si accende gettando un velo di preoccupazione tra i paesani.Da quel momento in poi la natura non segue più il suo corso, la primavera non arriva, i semi nei campi non germogliano, le mucche smettono di dare latte, i rapporti tra gli abitanti si fanno sempre più tesi, si raccolgono insetti come fonte di nutrimento e si vende il proprio corpo in cambio di cibo.Fin da subito si alzano voci nei confronti del filosofo errante appena arrivato in paese insieme al figlio disabile e ritenuto responsabile (contro ogni logica) di quanto avviene in paese. Le conseguenze di questi avvenimenti non potranno che essere drammatiche e chi si salverà, non può avere un futuro luminoso davanti a se come si vedrà in una delle ultime scene.

Man mano che si perdono i riferimenti dello scorrere canonico delle stagioni assistiamo a un imbarbarimento delle persone, a un arretramento sociale e alla perdita di umanità in favore di un individualismo sfrenato fino alla totale perdita di umanità simboleggiata dalle maschere da dottore della peste che i paesani indosseranno prima di scagliarsi contro il filosofo.Questo passaggio verso l’imbarbarimento è evidenziato anche dalle immagini: dapprima ci mostrano i colori della natura come in un quadro di Bruegel oppure sottolineando il contrasto tra il paesaggio freddo e invernale e gli ambienti colorati e caldi del villaggio, sul finale invece i colori sono quasi completamente desaturati e tutto acquista un’aria grigia e nebbiosa.

La pellicola riesce a mantenere una tensione costante per tutta la durata del film grazie soprattutto alle splendide inquadrature che emozionano e rapiscono lo sguardo come dei veri e propri quadri in movimento che, soprattutto nelle prime inquadrature, si soffermano sul paesaggio dove l’uomo quasi scompare a cospetto della maestosità della natura. Anche la composizione del quadro è indicativa in questo senso: alcune inquadrature richiamano esplicitamente Aleksandr Dovzhenko con l’equilibrio dell’orizzonte totalmente spostato in alto e la terra che ricopre quasi totalmente lo schermo.

La camera si muove poco e quando lo fa, si muove attraverso lente carrellate laterali che ci svelano via via nuovi elementi dell’ambiente circostante a discapito dell’uomo che esce dall’inquadratura. Questo forse è il segno cinematografico del film che indica come la natura cerchi di riappropriarsi dello spazio invaso dall’uomo. Non a caso i due registi, marito e moglie, sono un antropologo culturale (Peter Brosens) e una documentarista (Jessica Woodworth) che con questo film molto apprezzato alla 69° edizione della Mostra di Venezia 2012 chiudono la trilogia sullo scontro uomo-natura iniziata con i primi due lavori Khadak (2006) e Altiplano (2009).

Una sfida tra uomo e natura che in questo film è dichiarata già nella prima inquadratura e si conclude con l’ultima scena, a favore di chi sta a voi scoprirlo guardando il film.

Numerose le influenze e le citazioni che si possono cogliere in questa pellicola da ” Il settimo sigillo ” di Bergman, ad alcune scene surreali che ricordano Roy Andersson, o alle atmosfere liquide e nebbiose di Tarkovskij.

Un film insomma sicuramente da vedere che riempie lo sguardo e il cuore il cui difetto principale forse è di non aver sviluppato la storia come le splendide inquadrature avrebbero meritato, in quel caso si sarebbe parlato di capolavoro.

Recensione

Amour (2012) Michael Haneke

“Non vorrai rovinare la tua immagine da vecchio spero. – Me ne guarderei bene… ma qual è la mia immagine? – Sei un mostro qualche volta…”

“Georges: Le andranno cose andranno come dovranno andare da qui ad ora. Andranno di male in peggio. Le cose avanti, e un giorno saranno finite.”

C’è una regola a Cannes che impedisce a un film in concorso di ricevere più riconoscimenti nella stessa edizione del festival. Così, quando Amour è stato premiato con la Palma d’oro, il presidente della giuria, Nanni Moretti, disse al regista che avrebbe voluto premiare anche gli attori, la regia e la sceneggiatura. La cosa particolare è che questa regola è stata introdotta nel 2001 dopo ché un altro film di Haneke, “La pianista”, ha ricevuto numerosi riconoscimenti.
Questo aneddoto ci fa capire quanto questo regista sia giustamente amato e apprezzato grazie al suo stile asciutto, duro, inconfondibile e particolare che è ormai un marchio di fabbrica. Uno dei pochi grandi registi ad aver vinto per due volte il riconoscimento più alto al festival di Cannes.
Amour può sembrare a prima vista uno dei film meno caratterizzanti lo stile del regista, fatto di colpi di scena improvvisi, azioni fuori campo, durezza delle situazioni, ma ad un esame più attento ritroviamo tutti questi elementi seppur in maniera più delicata e sfuggente.

E’ la storia di due anziani coniugi, ex insegnanti e appassionati di musica, che si ritrovano improvvisamente a dover affrontare la malattia e l’invalidità di lei, Anne ( interpretata da un intensa Emmanuelle Riva) e a fare i conti con l’accettazione di un destino inevitabile.
Forse però è sbagliato parlare di storia, Haneke ci racconta e mostra piuttosto i sentimenti, le emozioni e l’evolversi di questi con il progredire della situazione. L’amore è quindi il sentimento che spinge Georges (Trintignan) ad occuparsi della moglie sempre meno autonoma ed è lo stesso sentimento che lo costringe a vedere ed accettare quotidianamente l’idea che la morte arriverà a portare via la compagna.

Il tema della morte viene affrontato fin da subito nella scena iniziale, la polizia fa irruzione nella casa e scopre il cadavere dell’anziana moglie. In questo film la morte non è un fatto accidentale o violento, ma il risultato finale di un percorso di accettazione doloroso e inevitabile. È soprattutto un fatto privato dal quale viene escluso il mondo esterno: Georges sigilla con il nastro adesivo la porta della camera dove giace Anne. Anche la figlia (Isabelle Huppert) viene tenuta fuori e non può partecipare al dolore che la coppia sta vivendo tanto che , ad un certo punto del film, Georges chiude a chiave la stanza della moglie per impedire alla figlia di vederne la sofferenza.
Le oltre due ore del film sono quindi un lento scivolare verso il colpo di scena finale inevitabile ma che giunge inaspettato proprio perché incastonato in una quotidianità ripetitiva e in qualche modo rassicurante.

L’utilizzo della macchina da presa contribuisce a creare, in modo magistrale, la sensazione di familiarità, di fatica e di impotenza che la situazione determina: la vediamo seguire un sempre più affaticato Georges che si prodiga ad accudire la moglie oppure la cinepresa è fissa spesso su campi vuoti che accentuano l’intensità dell’azione che arriva attraverso il sonoro fuori campo.

Come in molti altri film dello stesso regista la casa riveste un ruolo determinante quasi fosse un personaggio a sé , ma a differenza ad esempio di Funny Games , dove rappresenta il pericolo da cui dover fuggire o in Cachè – niente da nascondere dove diventa un specie di gabbia qui rappresenta il custode di un sentimento le cui conseguenze estreme sono incomprensibili al mondo esterno.
Amour è un opera intensa dove non sembra accadere nulla , ma invece c’è un sommovimento totale nella vita e nell’animo dei due protagonisti bravissimi a renderci partecipi di un dramma esistenziale così umano e così privato che porta a compiere azioni definitive che solo l’amore giustifica.

Recensione

La leggenda di Kaspar Hauser (2012) Davide Manuli

“Hai detto che tornavi, e sei tornato. Ma dove sei stato se non c’è altro posto che qui?”

Un cult lo riconosci quando un film, seppur non perfetto, ti rimane dentro e lavora lasciandoti la voglia e l’urgenza di condividerne contenuti e impressioni, è questo il caso di “La leggenda di Kaspar Hauser” di Davide Manuli.

La storia è quella del cosiddetto “fanciullo d’Europa”, Kaspar Hauser. Il lunedì di pentecoste del 1828, in una piazza di Norimberga, compare dal nulla un ragazzo di sedici anni, non parla, ma porta con sé una lettera con scritto sopra il suo nome e la richiesta di essere ricevuto dal capo delle guardie. Il giovane, che si nutre unicamente di pane e acqua (l’odore della carne e dell’alcool gli provoca terribili convulsioni) reagisce violentemente alle stimolazioni sensoriali e non riesce a percepire la profondità tridimensionale dell’ambiente circostante tanto che ciò che vede fuori dalla finestra gli appare come un quadro statico. Dopo i primi due mesi, nei quali viene esibito come un fenomeno da baraccone, Kaspar inizia a soffrire di nevrosi ed è affidato alle cure del Prof. Daumer. Con lui impara a leggere, a scrivere e a far di conto fino ad arrivare a progettare di pubblicare la sua autobiografia. Lui stesso ricostruisce il periodo precedente alla sua comparsa ricordando di aver vissuto i precedenti dodici anni incatenato al pavimento di una cella buia, alimentato con pane e acqua da un ignoto aguzzino, il quale lo picchiava appena cercava di richiamare l’attenzione facendo rumore. In seguito a un primo attentato, che fece accrescere i sospetti di una cospirazione nei suoi confronti, il ragazzo fu tolto al Prof. Daumer passando dalle mani di vari Signori e professori della città fino a quando fu pugnalato da uno sconosciuto morendo tre giorni dopo. Sulla sua lapide si legge:

“Hic jacet Casparus Hauser aenigma sui temporis ignota nativitas occulta mors”.

“qui riposa Kaspar Hauser, enigma del suo tempo. Ignota la sua origine, misteriosa la sua morte”

La storia è stata oggetto d’innumerevoli scritti e rappresentazioni tra le quali il film Kaspar Hauser di Kurt Matull (1915) e il più famoso “L’enigma di Kaspar Hauser” di Werner Herzog (1974). Con questo film del 2012, Davide Manuli rivisita la storia in chiave postmoderna ambientando la vicenda in un non-luogo, un’isola, la splendida e selvaggia Sardegna, in una società ipotetica e surreale nella quale gli unici personaggi sono lo sceriffo (Vincent Gallo), il pusher (Vincent Gallo), la duchessa (Claudia Gerini), la puttana (Elisa Sednaoui), il servo (Marco Lampis) ai quali si aggiungerà Kaspar Hauser (Silvia Calderoni).

La bella fotografia di Tarek Ben Abdallah inquadra sapientemente il brullo paesaggio sardo rendendo perfettamente la sensazione di essere fuori dal tempo. Tale sensazione è accentuata anche da come il regista sceglie di rappresentare i suoi personaggi: lo sceriffo sembra uscito da un film western con il cavallo sostituito da una vecchia motocicletta, il pusher è un motociclista con una tuta bianca e il casco alla Daft Punk (particolare questo non irrilevante), il prete (spretato?) che indossa una tonaca improbabile, la scritta priest sul retro e la pistola alla cintura.

I dialoghi sono spesso al limite del non senso, ciò può sembrare un difetto, ma, a mio parere, indicano la cifra stilistica del film che vuole rappresentare una vicenda che già di per sé è surreale e priva di senso. Sempre i dialoghi danno la cifra dell’incomunicabilità non solo del protagonista quanto degli altri personaggi che fanno fatica anche a comunicare tra loro, ognuno di essi si esprime in una lingua diversa: lo sceriffo parla un americano strascicato, il pusher un italiano stentato con forte accento americano, il prete infine un misto di dialetto pugliese e inglese maccheronico, come se, paradossalmente fosse l’ambiente circostante incapace di entrare in contatto con Kaspar Hauser e non il contrario. La colonna sonora ipnotica e potente già dai titoli di testa di Vitalic fa da collante e filo conduttore di tutto il film, d’altra parte lo stesso Kaspar si muove ininterrottamente al tempo della musica che esce dalle cuffie che indossa costantemente. Non a caso una delle scene più suggestive si svolge sulla spiaggia, dove è montato un enorme impianto che spara musica techno a tutto volume (da notare l’assonanza house/hauser).

Già detto del riferimento/omaggio al gruppo dei Daft Punk troviamo altri riferimenti e citazioni cinematografiche, da Bunuel (la scena della ciotola che cammina da sola rimanda alla bara che scivola nel deserto in Simon del deserto), ai freaks e inquadrature tipiche dei film di Ciprì e Maresco, fino alla mitica scena di Taxi driver con De Niro di fronte allo specchio. Il cast è ben assortito con punte di bravura in Vincent Gallo che si destreggia bene nel doppio ruolo di sceriffo e pusher, Silvia Calderoni che con la sua figura androgina acquista una valenza individuale che supera la distinzione uomo/donna, e il sempre bravissimo Alberto Gifuni. In conclusione La leggenda di Kaspar Hauser è un film sicuramente non perfetto e neanche di facile visione, i dialoghi sono spesso ripetitivi e la durata di alcune scene può sembrare inutilmente lunga, ma è un film coraggioso e ipnotico che restituisce un’esperienza visiva notevole, un’imponente installazione artistica che cerca di travalicare i canoni della narrazione filmica.

Recensione

TUSCIA

OTELLO (1952) ORSON WELLES

Palazzo dei Papi – Viterbo

Palazzo dei Papi – Viterbo

 

I VITELLONI (1953) FEDERICO FELLINI

Piazza delle erbe – Viterbo

Piazza delle erbe – Viterbo

 

LA STRADA (1954) FEDERICO FELLINI

Piazza Cavour – Civita di Bagnoregio

Piazza Cavour – Civita di Bagnoregio

 

8 E 1/2 (1963) FEDERICO FELLINI

Istituto Paolo Savi – Viterbo

Istituto Paolo Savi – Viterbo

 

UCCELLACCI E UCCELLINI (1966) PIER PAOLO PASOLINI

Tuscania

Tuscania

Tuscania

 

NOSTALGHIA (1983) ANDREI TARKOVSKI

Podere Settevene – Via Cassia Km 36

Piazza della collegiata – Faleria

Chiesa di San Pietro – Tuscania

   

Luoghi

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