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PARASITE (2019) BONG JOO-HO

Parasite (2019) Comedy, Drama, Thriller | 2h 12min | 17 October 2019 (Germany) 8.6
Director: Bong Joon HoWriters: Bong Joon HoStars: Kang-ho Song, Sun-kyun Lee, Yeo-jeong JoSummary: Jobless, penniless, and, above all, hopeless, the unmotivated patriarch, Ki-taek, and his equally unambitious family--his supportive wife, Chung-sook; his cynical twentysomething daughter, Ki-jung, and his college-age son, Ki-woo--occupy themselves by working for peanuts in their squalid basement-level apartment. Then, by sheer luck, a lucrative business proposition will pave the way for an insidiously subtle scheme, as Ki-woo summons up the courage to pose as an English tutor for the teenage daughter of the affluent Park family. Now, the stage seems set for an unceasing winner-take-all class war. How does one get rid of a parasite? Written by Nick Riganas

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Sinossi:
I quattro membri della famiglia di Ki-taek sono molto uniti, ma anche molto disoccupati, e hanno davanti a loro un futuro incerto. La speranza di un’entrata regolare si accende quando il figlio, Ki-woo, viene raccomandato da un amico, studente in una prestigiosa università, per un lavoro ben pagato come insegnante privato. Con sulle spalle il peso delle aspettative di tutta la famiglia, Ki-woo si presenta al colloquio dai Park. Arrivato a casa del signor Park, proprietario di una multinazionale informatica, Ki-woo incontra la bella figlia Yeon-kyo. Ma dopo il primo incontro fra le due famiglie, una serie inarrestabile di disavventure e incidenti giace in agguato.


Lo so, si è già scritto tanto di questo film che forse si può considerare la migliore uscita del 2019, ma vorrei esprimere la mia opinione su un’opera che sta riscuotendo numerosi riconoscimenti e che credo continuerà a farlo (vedi la candidatura agli Oscar 2020).
Il regista Bong Joo-ho è la testimonianza della continua crescita del cinema coreano: ormai tutti conoscono i film del prolifico Kim Ki-duk (Ferro3, L’arco, L’isola, Pietà) o dell’ormai quasi americano Park Chan-wook (Oldboy, Stoker, The Handmaiden) ma gli appassionati conosceranno anche Lee Chang-dong (Poetry, Oasis) oppure Kim Ji-woon (I saw the devil, Two sisters) per non parlare di una miriade di bravi registi che hanno dato vita a un vero e proprio movimento. A questo proposito mi pare questo il momento di menzionare l’iniziativa del The Korean Film Archive che sul suo canale YouTube ha messo a disposizione gratuitamente più di duecento titoli (una parte di questi è sottotitolata in italiano).
Lo stesso regista di Parasite ha intrapreso un percorso interessante che lo ha già fatto conoscere ai cinefili di tutto il mondo con Memories of a murder e The host e al grande pubblico con la produzione americana Snowpiercer.


Con quest’ultimo film il regista ritorna in patria affrontando una tematica che descrive la società coreana odierna, ma che si può facilmente estendere a tutte le società occidentali. Attraverso l’incontro di due famiglie dall’estrazione sociale diversa si scatena un vero e proprio conflitto di classe. Bong, nelle sue interviste ci racconta di aver tratto ispirazione principalmente da due situazioni: una personale riferita al fatto che da giovane ha lavorato lui stesso come tutor per una famiglia ricca sentendo spesso fuori posto e a disagio in un ambiente non suo, la seconda è relativa al suo precedente film, Snowpiercer, ambientato in un treno apocalittico che racchiude un microcosmo di società umana suddiviso in classi. Parasite è quindi il naturale sviluppo tematico di Snowpiercer, questa volta la storia non è fantascientifica ma realistica, ambientata in tempo e luogo ben precisati che subisce una trasformazione dagli sviluppi imprevedibili.
E’ anche nella capacità di cambiare registro in modo repentino la grandezza di questo film che passa con naturalezza dalla commedia, al melodramma familiare all’horror senza perdere di coerenza e compattezza e facendo in modo che lo spettatore non intuisca mai cosa possa avvenire in seguito.


Per fare questo Bong si affida ad alcuni elementi ricorrenti nel film che assumono precise valenze narrative e simboliche. Prima di tutto le scale. Il regista e i suoi collaboratori spesso, sul set, si riferivano al film come a “un film di scale”, in effetti, ce ne sono molte, dalla scala del seminterrato della famiglia povera a quella della famiglia ricca che porta al soggiorno dalle grandi vetrate o anche la scala, nascosta, del bunker dietro la parete o ancora la scala che porta al quartiere di baracche dove vive la famiglia povera. La centralità di questo elemento scenografico può essere evidenziata, oltre che dall’aspetto simbolico rappresentato dall’ascesa sociale, anche da un gioco fatto durante le riprese del film nel quale il regista ha chiesto ai suoi
collaboratori, quale fosse per loro la miglior scena di scale della storia del cinema. Le risposte sono state variegate ma su tutte sono emerse le famose scene di Hitchcock in Psycho e Notorious, ma anche Dassin e Losey oltre che la scena della scala in L’uomo nell’ombra di Polanski dal quale Bong Joo-ho ha tratto ispirazione facendo mettere una lastra di vetro a lato delle scale per filmare le persone che salgono.


Altro tema ricorrente, anche questo simbolico, è dato dalle relative posizioni che i personaggi assumono durante lo svolgersi degli eventi. La classe dominante è evidentemente posta su un piano più alto, non a caso la famiglia di Ki-taek vive in un seminterrato in una zona posta infinitamente più in basso della zona residenziale, nella scena della tenda l’intera famiglia sotto il tavolo si trova più in basso dei coniugi sul divano, infine il bunker, nascosto dietro una parete posto quasi nelle viscere della casa che segna una vera svolta narrativa trasformando la vicenda da satira sull’ascesa sociale a qualcosa di più profondo e imprevedibile.


Ho tralasciato finora il titolo che merita un discorso a parte, chi sono i parassiti menzionati? Il regista non ha voluto svelare la sua idea in merito lasciando che lo spettatore traesse le sue conclusioni autonomamente, gli indizi non mancano: sono i ricchi che vivono sfruttando il lavoro delle classi più deboli o certi disperati costretti dalle condizioni di vita a vivere alle spalle di ricche famiglie? Alla fine nessuno è cattivo fino in fondo l’unico vero cattivo della storia sembra essere il capitalismo che scatena determinati meccanismi. Il finale non chiarisce il dilemma: è una speranza o è la definitiva pietra tombale su una situazione ormai consolidata? Non vi dico di più. Vedetelo.

TLAMESS (2019) ALA EDDINE SLIM

Tlamess (2019) Drama | 2h | 29 September 2019 (Germany) 5.2
Director: Ala Eddine SlimWriters: Ala Eddine SlimStars: Abdullah Miniawy, Souhir Ben Amara, Khaled BenaïssaSummary: the man, known only as S (Abdullah Miniawy), is a deserter who runs away from the army after his mother's death. The opening scenes are beautifully composed, playing with light and darkness, shadow and silhouette, as the soldiers cross a moonlit river and then in daylight move through a desert ravine where a Qaba-like black monolith incongruously sits in the landscape. Information is intelligently delivered through the visuals rather than the almost nonexistent dialogue, conveying mood far more sensitively than mere words. When his leave period expires and the military police come for him, S slips out and escapes through a dystopian landscape of empty plots, half-constructed cement buildings and grey colorless skies, the bleakness emphasized by a crescendo of dissonant noise on the soundtrack. He breaks into an empty apartment on the edge of nowhere but winds up fleeing, naked, when the cops arrive. As he walks, endlessly, through rocky terrain strewn with what looks like rubbish, the... Written by variety.com

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Sinossi:

Dopo la morte di sua madre, un giovane soldato insediato nel deserto tunisino ottiene un permesso di una settimana. Non tornerà mai più e abbandonerà l’esercito. In fuga, viene inseguito dalla polizia in un quartiere popolare. Anni dopo, una giovane donna incinta sposata con un ricco uomo d’affari vive in una lussuosa villa nel mezzo di una foresta. Un giorno incontra per caso un uomo dall’aspetto strano. È l’ex soldato, ma adesso è diverso. Questo incontro segna l’inizio di una serie di eventi misteriosi, che coinvolgono l’ex soldato, la donna incinta e il futuro bambino.

Spesso i cineasti orientali accusano la critica europea di guardare il loro cinema esclusivamente da un punto di vista contenutistico e di recepire novità e innovazioni dal punto di vista linguistico solo se provenienti da un certo cinema (francese, americano). Non so se questo sia il caso di Tlamess, opera seconda del già apprezzato regista tunisino Ala Eddine Slim (premiato a Venezia per il suo primo film di finzione The last of us), sicuramente però si può dire che è un film singolare e per certi versi spiazzante.

Il titolo è un termine dialettale tunisino che si può tradurre con sortilegio, originariamente avrebbe dovuto essere il titolo relativo a un’altra sceneggiatura, come dichiarato dallo stesso regista in occasione della proiezione in concorso al 25° Medfilm Festival. Questa notazione iniziale ci introduce nel mondo di Ala Eddine Slim e nel suo modo di pensare e filmare: pur partendo dalla scrittura, infatti, il regista, si lascia trasportare dalle proprie intuizioni e sensazioni creando una vera e propria esperienza sensoriale che forse non riesce sempre a ben governare. Il risultato di tale processo è ben visibile nel film che ne risente dal punto di vista narrativo con evidenti imperfezioni di sceneggiatura.

Inizialmente il film assume la forma di un thriller psicologico nel quale si vede la camera seguire incessantemente (o quasi) il protagonista e coglierne la lenta ma inesorabile trasformazione, la composizione del quadro riflette la narrazione e gli elementi architettonici sembrano intrappolarne i movimenti. D’altra parte le ottime riprese con il drone restituiscono ariosità e respiro fino all’implacabile e interminabile piano sequenza che chiude la prima parte richiamando alla memoria la fuga di Vincent Gallo (anche lì un soldato) in Essential Killing di Jerzy Skolimowski. Nella seconda parte il quadro cambia: la macchina da presa indugia sui riflessi, l’ambientazione si sposta nella natura abbandonando la città. L’incontro tra i due personaggi apre alla comunicazione e allo scambio per quanto particolari (non posso dirvi di più). Il finale enigmatico riscrive e scardina in qualche modo i concetti socialmente acquisiti di gender, famiglia e maternità.

Oltre al riferimento a Skolimowski di cui ho già detto, se ne possono trovare di altri, soprattutto Kubrick che viene citato in più di una sequenza e anche al precedente lavoro del regista stesso, in particolare la scena che chiude il film è la stessa di The last of us, un modo per affermare la continuità di tematiche (identità, erranza) e di visione che contraddistingue l’autore. Di notevole impatto e alto livello sono il sound design, le musiche originali di Oiseaux-Tempête e la fotografia.

Nel complesso è un film che si distingue per la particolarità dello sguardo e la deriva visionaria anche se non riesce a mantenere fino in fondo le promesse iniziali.

Recensione

ALL THIS VICTORY (2019) AHMAD GHOSSEIN

All This Victory (2019) Drama, War | 1h 33min | 31 August 2019 (Italy) 7.0
Director: Ahmad GhosseinStars: Flavia Bechara, Issam Bou Khaled, Adel ChahineSummary: Lebanon, July 2006. War is raging between Hezbollah and Israel. During a 24h ceasefire, Marwan heads out in search of his father who refused to leave his Southern village and leaves his wife Rana preparing alone their immigration to Canada. Marwan finds no traces of his father and the ceasefire is quickly broken, forcing him to take shelter in Najib's house, his father's friend. Marwan finds himself trapped under the rain of bombs with Najib and a group of elders, friends of his father. Tension rises inside and outside of the house. Suddenly, a group of Israeli soldiers enter the first floor. The next three days sees the situation spiral out of control. Written by Abbout Productions

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Sinossi:

Libano, luglio 2006. La guerra infuria tra Hezbollah e Israele. Durante un cessate il fuoco di ventiquattro ore, Marwan si reca in cerca del padre che rifiuta di lasciare il suo villaggio nel sud del paese. Appena la tregua s’interrompe, Marwan si ritrova sotto una pioggia di bombe e si rifugia in una casa con un gruppo di anziani. All’improvviso un gruppo di soldati israeliani irrompe nella casa. Intrappolati dalle mura ma anche dalle proprie paure, i tre giorni successivi saranno un susseguirsi di eventi fuori controllo.

Il cortile di una scuola, un anziano mago mette in scena uno spettacolo di magia, la scolaresca lo segue attenta, la magia riesce ma non c’è stupore fra quei bambini. Questa è la scena iniziale di All this victory e ben rappresenta la tematica del film: un clima di guerra che si protrae da oltre trent’anni e una propaganda governativa a base di mitologia, hanno distrutto la capacità di sognare e di gioire nelle nuove generazioni.

A tutto ciò è legata la situazione della generazione dei quarantenni che si trova nella condizione di non poter scegliere se rimanere o lasciare un paese così travagliato. La scelta di ambientare il film all’interno di una casa è significativa da questo punto di vista, si può interpretare come metafora di un intero paese intrappolato in una situazione più grande di lui, e, infatti, i soldati israeliani che occupano la stessa casa nella quale sono rifugiati i civili si trovano al piano superiore a simboleggiare il senso di oppressione che il popolo libanese vive da decenni.

All this victory è un film di guerra atipico, il punto di vista è quello dei civili che si ritrovano in mezzo agli scontri, la guerra non viene rappresentata visivamente ma è ogni presente al livello sonoro rendendo il clima opprimente e claustrofobico. Il nemico è vicino, indefinito, incomprensibile e per questo ancora più terrificante. Non ci sono eroi ma personaggi, gente comune, che subisce una situazione via via sempre più insostenibile.

Come già accennato il regista libanese, sceglie di non inquadrare la guerra lasciandola fuori campo, questo rende l’impianto sonoro del film di grande importanza e riveste un ruolo predominante in tutta la pellicola. Qualche pecca si può trovare a livello visivo a causa del basso budget a disposizione e a qualche incertezza nei movimenti della macchina da presa, ma si possono trovare anche immagini di forte impatto visivo che denotano una grande attenzione alla composizione del quadro. Il cast si divide fra attori professionisti e non, questo ha portato il regista a girare le scene nella casa in ordine cronologico per facilitare la recitazione degli attori non professionisti.

Seppur girato con un taglio documentaristico, la scelta di non approfondire la situazione socio-politica nella quale la vicenda è ambientata ne limita la piena comprensione a livello storico, anche se probabilmente l’intento era di trasmettere l’universalità della condizione dei civili in zona di guerra. Come dichiarato dallo stesso regista Hamad Ghossein, pur essendo stato girato prima dei recenti moti rivoluzionari in Libano, la storia e il messaggio sono da inquadrare proprio nei recenti fatti e nella volontà del popolo libanese di liberarsi dai meccanismi che hanno contribuito a trascinare il paese in una guerra perenne.

In conclusione il primo lungometraggio di Hamad Ghossein, già conosciuto come video artist e documentarista è un ottimo film già premiato a Venezia come miglior film alla settimana della critica e ora in concorso al 25° Medfilm Festival di Roma.

A TALE OF THREE SISTERS (2019) EMIN ALPER

Summary:

Sinossi:

A TALE OF THREE SISTERS racconta la storia di tre sorelle di un povero villaggio dell’Anatolia centrale. Le ragazze sono state adottate da famiglie benestanti come domestiche (“besleme” in turco) nella speranza di migliorare la loro vita. Tuttavia, tutti e tre sono costrette a tornare al villaggio a causa di circostanze impreviste. Quando Reyhan torna a casa incinta, suo padre Sevket la sposa in fretta con il povero pastore del villaggio Veysel, che viene trattato con disprezzo non solo nel villaggio, ma anche nella casa di Sevket. Havva ritorna dopo la triste ma inevitabile morte del suo fratello adottivo, che ha combattuto una malattia terminale. Pochi giorni dopo il ritorno di Havva, Nurhan viene riportata nel villaggio dal padre adottivo Necati. Per la prima volta da anni, Reyhan, Havva e Nurhan si riuniscono. La più grande sfida di Sevket è persuadere Necati a prendere Havva come “besleme” nella sua casa dopo la partenza di Nurhan. Con l’aiuto del sindaco del villaggio, mette sotto pressione Necati. Veysel, che ha anche il progetto di lasciare il villaggio poiché disprezza la sua condizione di pastore, chiede a Necati un lavoro che lo porterà fuori dal villaggio. Mentre le tre sorelle affrontano il loro nuovo ambiente familiare e le loro relazioni, Sevket, Necati e Veysel si riuniscono attorno a un banchetto, che conduce a una serie di scontri inaspettati.

Il film è evidentemente, ma non dichiaratamente, ispirato al dramma teatrale Tre sorelle di Anton Cechov e il regista sceglie un approccio teatrale per raccontare questa fiaba per adulti ambientata in un villaggio sperduto tra le montagne dell’Anatolia centrale. In realtà la pellicola è stata girata nel distretto di Yusufeli a nord est della Turchia a causa della difficoltà di trovare un villaggio privo di costruzioni moderne che rispondesse alle esigenze della storia.

Oltre al tema della situazione femminile e del tentativo di emancipazione delle tre sorelle dalla situazione oppressiva e soffocante del piccolo villaggio isolato tra le montagne e senza nessuna prospettiva di miglioramento della condizione sociale, emergono anche i temi della disuguaglianza e della forza delle tradizioni e dei rituali che tengono unita la comunità. La figura della donna, seppur subordinata ai personaggi maschili, non è mai passiva: la volontà delle tre sorelle di evadere da una realtà soffocante è forte, anche se si scontra con eventi imprevisti e drammatici.

Da un punto di vista cinematografico Alper sceglie, come già detto di dare un’impostazione teatrale mettendo soprattutto in risalto lo splendido paesaggio montano che diventa quasi uno dei personaggi del film grazie anche all’ottima fotografia di Emre Erkmen. Proprio l’impostazione è forse il limite maggiore di questo dramma, i lunghi dialoghi, infatti, ne limitano la tensione emotiva. Ne risulta un film eccessivamente lungo ma apprezzabile per il modo in cui vengono trattate tematiche universali e attualissime.

Il regista turco Emin Alper si conferma come uno dei registi più interessanti del panorama europeo, con i suoi primi due lungometraggi ha già ricevuto riconoscimenti internazionali: Caligari Film Prize alla Berlinale per Beyond the hill (2012) e Premio della giuria al festival di Venezia per Frenzy (2015); quest’ultimo lavoro, già presentato al Festival di Berlino è in concorso al 25° Medfilm Festival di Roma.

IL PARADISO PROBABILMENTE (2019) ELIA SULEIMAN

It Must Be Heaven (2019) Comedy | 1h 37min | 9 January 2020 (Germany) 7.3
Director: Elia SuleimanWriters: Elia SuleimanStars: Gael García Bernal, Ali Suliman, Elia SuleimanSummary: Filmmaker Elia Suleiman travels to different cities and finds unexpected parallels to his homeland of Palestine.

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Sinossi:

ES lascia la Palestina per andare alla ricerca di una patria alternativa. Ma il suo Paese d’origine continua a perseguitarlo: per quanto lontano viaggi, da Parigi a New York, incontra sempre qualcosa che gli ricorda casa. Dal genio di Elia Suleiman, un capolavoro dolce amaro, buffo e riflessivo, che esplorando concetti come identità e appartenenza, pone una domanda fondamentale: quale luogo possiamo davvero chiamare casa?

Chi non ha mai visto nulla di questo regista palestinese dovrebbe provare almeno una volta. Il suo è un approccio inconsueto alla narrazione fatto di pochi dialoghi, primi piani e scene apparentemente slegate, ma che insieme contribuiscono alla costruzione di senso della pellicola.

Tali elementi, insieme alla mimica facciale quasi impercettibile, ma efficace del protagonista (lo stesso regista) accostano la regia di Suleiman quella di altri tre grandi registi diversissimi tra loro. Buster Keaton dal quale riprende l’effetto comico della fissità del volto, Jacques Tati al quale riconduce la comicità surreale di certe sequenze e, infine, Roy Andersson per il taglio delle inquadrature, la simmetria e l’immobilità di situazioni nelle quali il tempo sembra fermarsi.

A differenza dei suoi lavori precedenti Suleiman si muove in senso opposto per raccontare la sua Palestina, dalle note di regia si legge infatti:

“Se nei miei film precedenti ho cercato di presentare la Palestina come un microcosmo del mondo; il mio nuovo film, Il paradiso probabilmente, cerca di mostrare il mondo come se fosse un microcosmo della Palestina”.

Il risultato è un film particolare che si muove tra comicità e satira civile e che si interroga sul concetto d’identità e appartenenza in un mondo sempre più globalizzato.

In questo senso è esemplare la rappresentazione della tensione geopolitica che, solo pochi anni fa, era un tratto esclusivo e caratterizzante di determinate aree geografiche come il medio oriente mentre oggi la si può trovare in tutte le grandi metropoli: a Parigi dove squadriglie coreografiche super tecnologizzate e onnipresenti di poliziotti vigilano sull’ordine pubblico, carri armati sfilano con il loro carico di frastuono per le vie della città (seppure in preparazione della parata del 14 luglio e significativamente davanti alla Banca di Francia), oppure a New York dove la gente comune affronta la vita quotidiana indossando armi da fuoco come fossero accessori fashion (ma è solo un sogno, oppure no?).

Tali scene sono costruite con cura e attenzione e strappano spesso una risata che però prende un sapore amaro nel momento in cui ci si rende conto che situazioni simili sono realmente vissute e all’ordine del giorno nei territori di guerra delle zone da cui proviene il regista.

Sopra accennavo al particolare approccio alla narrazione, il film infatti è girato quasi esclusivamente in soggettiva, le inquadrature sono la porzione di realtà che lo sguardo può abbracciare, per questo motivo la macchina da presa è per lo più fissa, ma in alcuni momenti è anche capace di alzarsi, planare e arrivare fino alle nuvole per portarci oltre i confini.

La singolare comicità di Suleiman è ormai un tratto caratteristico del regista e funziona attraverso uno schema che si ripete: le scene di vita quotidiana sono presentate con una tensione latente che inizialmente induce un senso di spaesamento nello spettatore e che via via aumenta fino a prendere il centro dell’azione. Schema ben esemplificato nella scena iniziale nella quale la rappresentazione di un rito ortodosso si conclude in maniera imprevista ed esilarante.

Il limite, o comunque l’elemento di divisione, del film è forse proprio il suo punto di forza, la particolare narrazione che rischia di allontanarlo dal coinvolgimento del pubblico perdendo in questo modo anche il senso di universalità del messaggio.

Rimane comunque un film che vale la pena di vedere e che ha già ricevuto riconoscimenti importanti come a Menzione speciale della giuria al Festival di Cannes 2019 e la candidatura come miglior film straniero agli Oscar 2020. In Italia il film è stato presentato in anteprima al 25° Medfilm festival come film d’apertura della manifestazione e arriverà nelle sale dal 5 dicembre.

Recensione

CLIMAX (2018) GASPAR NOE’

Climax (2018) Drama, Horror, Music | 1h 37min | 6 December 2018 (Germany) 7.1
Director: Gaspar NoéWriters: Gaspar NoéStars: Sofia Boutella, Romain Guillermic, Souheila YacoubSummary: In the mid 1990's, 20 French urban dancers join together for a three-day rehearsal in a closed-down boarding school located at the heart of a forest to share one last dance. They then make one last party around a large sangria bowl. Quickly, the atmosphere becomes charged and a strange madness will seize them the whole night. If it seems obvious to them that they have been drugged, they neither know by who nor why. And it's soon impossible for them to resist to their neuroses and psychoses, numbed by the hypnotic and the increasing electric rhythm of the music. While some feel in paradise, most of them plunge into hell. Written by Anonymous Two

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Sinossi:

Una compagnia di ballo si ritrova per le prove in un remoto edificio scolastico in una notte d’Inverno. Un brindisi a base di sangria dà il via però ad un incubo senza fine quando qualcuno versa nel vino dosi massicce di LSD.

Estremo. Ogni film di Noè è un’esperienza estrema, allucinante, non si può fare a meno di essere trascinati nel suo delirio. Trasporta lo spettatore lì dove avviene l’azione e non c’è modo di uscirne.
Climax è appunto il culmine di quanto scritto sopra, a un certo punto si desidera che tutto finisca, come lo vorrebbero i personaggi del film, ma non c’è modo, si è costretti a vivere l’assurdo fino in fondo, fino alle estreme conseguenze.

Noè ottiene tutto questo attraverso un’abile regia fatta di lunghi piano sequenza, soggettive e semi soggettive. La sceneggiatura, che riprende fatti realmente accaduti nel 1996, è di sole 5 pagine e costringe gli attori (in realtà tutti ballerini tranne Sofia Boutella) a improvvisare. Le riprese sono state effettuate in ordine cronologico anche per accentuare lo spirito di competizione tra i ballerini spingendoli a realizzare danze psicotiche assimilabili a quelle che si manifestano negli stati di possessione. Non a caso una scena in particolare richiama fortemente alla memoria la scena della metro in Possession di Zulawski.

Anche la palette dei colori è particolare e ricorda le tonalità usate in Suspiria (1977): predomina il rosso, ma con il procedere della pellicola emergono altri colori: il verde acido e mortale, il giallo malato, il viola cupo.
Quello che emerge dal film è lo spirito di sopravvivenza che premia i più forti, non c’è un bene o male, le sostanze non fanno altro che far emergere gli aspetti nascosti e repressi dei personaggi provocando conseguenze imprevedibili e definitive.

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