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NAPOLI – SANTA MARIA DELLE ANIME DEL PURGATORIO AD ARCO

L’ORO DI NAPOLI (1954) VITTORIO DE SICA

Vico Purgatorio

Vico Purgatorio

 

NO GRAZIE, IL CAFFE MI RENDE NERVOSO (1982) LODOVICO GASPARINI

Chiesa di Santa Maria delle Anime del Purgatorio ad Arco

PER AMOR VOSTRO (2015) GIUSEPPE M. GAUDINO

Chiesa di Santa Maria delle Anime del Purgatorio ad Arco

Miracolo a Le Havre (2011) Aki Kaurismäki

Kaurismäki affronta uno dei temi più attuali nella società occidentale degli ultimi anni attraverso una fiaba delicata, mai banale ricca di spunti e di speranza.

Marcel Marx, ex scrittore e bohemienne, vive a Le Havre una vita semplice fatta del suo lavoro come lustrascarpe, una moglie affettuosa e attenta e gli amici del quartiere, fino a quando non incontra Idrissa un ragazzo di colore, immigrato clandestino ricercato dalla polizia, che cerca di raggiungere i genitori a Londra. Questo avvenimento, insieme alla diagnosi della malattia della moglie Arletty, provocherà un sommovimento nella tranquilla e monotona vita del quartiere.

Il cinema di Kaurismäki è sempre una piacevole scoperta, pur mantenendo i suoi marchi di fabbrica: i colori vivaci, la camera spesso fissa, i ciuffi improbabili, riesce a rendere ogni suo film un’esperienza diversa spaziando dai toni più drammatici a situazioni comiche.

In questo caso il regista finlandese sceglie di trattare l’argomento dei migranti e lo fa in un modo del tutto particolare riuscendo a sensibilizzare lo spettatore attraverso una storia poco reale e molto fiabesca stilisticamente molto vicina a maestri del realismo francese come Carnè, Renoir e Bresson. Non a caso anche il titolo italiano e l’attività di lustrascarpe del protagonista sembrano richiamare due capolavori del cinema neorealista italiano come “Miracolo a Milano” e “Sciuscià”.

Come spesso capita nei film di Kaurismäki tutti i personaggi sono tratteggiati in modo particolareggiato e ognuno di essi ha una valenza precisa, anche i cattivi non lo sono fino in fondo e questo ci fa capire come il regista abbia a cuore l’umanità delle sue figure. La parte veramente negativa è affidata alla società occidentale come entità fatta di burocrazia e di intolleranza, tema che riprenderà nel suo film più recente “l’altro volto della speranza” il quale sembra essere il proseguimento naturale di Miracolo a Le Havre.

Nonostante il seguente dialogo, nel quale la visuale sembra allargarsi dalla malattia della donna alla situazione economica e sociale, sembri indicare un senso di pessimismo e scoraggiamento, l’umanità di ogni personaggio che fa si che, in seguito all’evento scatenante, si crei una rete di solidarietà e di fratellanza che produce quel senso di speranza che pervade tutto il film.

Arletty – “Quindi non c’è nessuna speranza?”

Dottore – “Esistono sempre i miracoli”

Arletty – “Non nel mio quartiere”

 

Non manca l’intermezzo musicale, altro marchio di fabbrica del regista scandinavo, qui troviamo l’Elvis transalpino Roberto Piazza a interpretare se stesso. Questa scelta si sposa perfettamente con la location nella quale è ambientato il film come ha dichiarato Kaurismäki: “Le Havre è la Memphis francese. E Little Bob, alias Roberto Piazza, è l’Elvis Presley di questo regno, finché Johnny Hallyday sarà a Parigi. Ma anche in caso contrario, sarebbe un bel match”.

Proprio per quanto riguarda l’ambientazione, la scelta di Le Havre è indicativa in quanto porto e posto di frontiera proprio a rappresentare l’universalità della vicenda che come dichiarato dal regista sarebbe potuto benissimo essere ambientata in Italia, Spagna o Grecia, i paesi più direttamente coinvolti dai flussi migratori.

Una menzione particolare per il cast, oltre all’attrice feticcio Kati Outinen che accompagna Kaurismäki in ogni suo lavoro troviamo Andrè Wilms il disincantato protagonista che ricorda nelle fattezze e nelle movenze Bruno Ganz, Blondin Miguel perfetto nell’interpretazione di Idrissa e infine, un quasi oramai irriconoscibile Jean-Pier Leaud in una piccola ma significativa parte.

La scelta dei nomi dei personaggi infine è ben studiata ed è un riferimento per la connotazione politica del film, vediamo, infatti, che il protagonista si chiama Marx, la sua cagnetta Laika (come l’animale mandato nello spazio dai russi), la moglie Arletty il cui nome richiama la famosa attrice francese della prima metà del secolo protagonista dei film di Marcel Carnè e infine il commissario Monet chiaro omaggio alla Francia.

Dopo aver visto il film, non resta che scegliere qual è il miracolo di cui si parla del titolo, è forse la ritrovata fratellanza che unisce le persone nei momenti di difficoltà? E’ la casualità di un incontro che può cambiare una vita apparentemente senza scampo? Ogni interpretazione può essere valida, in ogni caso Kaurismäki offre una visione dell’attuale naufragio dell’Europa con qualche anno di anticipo, ma fornisce anche la speranza che gli uomini conservano la forza di cambiare il destino.

Directions – tutto in una notte a Sofia (2017) Stephan Komandarev

“L’unica scelta qui è all’aeroporto: terminal 1 o 2”

Pur partendo da un’idea non originalissima il regista bulgaro Komandarev riesce a rappresentare in modo efficace uno spaccato della società europea attuale. In una Sofia gelida si incrociano le storie di sei tassisti e dei loro clienti, il primo episodio fa da sfondo e allo stesso tempo punto d’incontro con gli avvenimenti che seguiranno: un tassista vuole lasciare l’attività per aprire una officina, ma viene ricattato dalle banche che devono concedergli il finanziamento. Ormai intrappola ed esasperato dalla situazione uccide il banchiere che si occupa del prestito e si spara a sua volta.

Da qui in poi il film si svolge tutto di notte alternando le vicende degli altri cinque tassisti. Ciascuno spezzone è a se stante, quasi fosse un film a episodi, ma alla fine il collegamento e le connessioni tra le varie vicende sarà evidente. Da notare come una delle storie raccontate nel film sia un adattamento del racconto di Anton Cechov, Miseria, nel quale un vetturino che ha da poco perso il figlio cerca inutilmente di raccontare la propria tragedia ai propri passeggeri e alla fine si ritrova a parlare con un cavallo. Questo particolare non è irrilevante perché il regista rivolge il suo sguardo a una categoria di persone che fatica a sbarcare il lunario in un mondo nel quale gli interessi economici e l’arrivismo hanno ucciso i valori morali, ed è evidente la distanza incolmabile tra chi decide le sorti economiche di una popolazione e chi, in ogni caso deve far fronte ai piccoli o grandi problemi quotidiani per vivere una vita dignitosa. In effetti, come lo stesso regista ha dichiarato: “ i taxi a Sofia funzionano come una sorta di servizio sociale bulgaro e sono di fatto la prima attività che la gente cerca di svolgere dopo aver perso il lavoro”.

Durante le numerose riprese notturne lungo le vie di Sofia, Komandarev ci mostra oltre alle periferie popolose e fatiscenti tipiche delle grandi città d’Europa, le colorate e accecanti insegne degli onnipresenti casinò, dei banco di pegni e delle slot machine, l’illusione di soldi facili per la povera gente disperata. In questo senso il titolo del film è ancora una volta indicativo, le direzioni sono le strade che i taxi scelgono per portare a destinazione i clienti, ma anche le scelte che ogni protagonista si trova a dover affrontare e che spesso riguardano appunto la coscienza e la morale. Decidere cosa sia giusto fare è più difficile quando le conseguenze possono danneggiare o distruggere l’esistenza di chi le subisce.

Come già anticipato l’idea del taxi come scenario principale di un film non è nuova, vengono subito in mente il film di Jim Jarmusch, Taxisti di notte oppure Taxi Teheran di Jafar Panahi o infine Dieci di Abbas Kiarostami nel quale non ci sono Taxi ma la storia è interamente ambientata nell’abitacolo di una macchina. Rispetto ai film citati Directions a molte cose in comune, con Taxi Teheran ad esempio, condivide il taglio documentaristico rivolto alla rappresentazione della società moderna mentre il tono ironico e talvolta umoristico di alcune scene lo accomuna al film di Jarmush.

Molto nteressante l’aspetto tecnico: il film è interamente girato con la camera a mano, con pochissimi tagli di montaggio e lunghi piano sequenza che trasmettono tensione e coinvolgono il pubblico e, in alcuni casi vengono realizzati in modo virtuoso e quasi acrobatico, come nella scena del ponte e spesso la macchina da presa si muove velocemente da un personaggio all’altro, anche in spazi ristretti, portando lo spettatore dentro l’azione. L’effetto finale è proprio uno spaccato della società e, secondo le intenzioni del regista, questo dovrebbe essere il primo episodio di una trilogia che prevede altri due film incentrati su altre figure chiave della realtà bulgara: la polizia e le ambulanze. Uscito in Italia alla fine del 2017 il film è passato inosservato senza una grande distribuzione, ma vi consiglio di recuperarlo attraverso una delle piattaforme streaming che lo propongono perché ne vale veramente la pena.

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Boogie Nights (1997) Paul Thomas Anderson

Boogie Nights (1997) Paul Thomas Anderson Ovvero quando l’affare si ingrossa bisogna saperlo gestire.
Difficile e coraggiosa opera di quel geniaccio di P.T.Anderson che si sofferma sul mondo del porno a cavallo degli anni 70/80 e, sullo sfondo, il passaggio dal film tradizionale al videotape.

La storia è quella di Eddie ,Mark Wahlberg (curiosità: il ruolo era destinato a Leonardo Di Caprio che però aveva già accettato la parte in Titanic) non ancora maggiorenne ma con grandi “doti nascoste” che viene contattato da Jack (Burt Reynolds) e Amber (Julianne Moore) per intraprendere la carriera di attore porno. Il giovane ambizioso capisce che può essere l’occasione della sua vita e lascia la famiglia per approdare nel clan di Jack che comprende una serie di personaggi che accompagneranno e segneranno la vita del giovane superdotato. Raggiunto l’apice del successo però le cose cominciano a guastarsi fino ad un finale in crescendo che riporta le cose in una giusta dimensione.

A differenza di Magnolia, dove storie diverse trovavano un punto d’incontro, qui avviene il procedimento inverso e la storia di Eddie si divide in vicende secondarie che comunque, alla fine riconducono a lui. Il protagonista, infatti è come una enorme calamita che tiene insieme un gruppo di persone fragili e disturbate che da sole non sembrano farcela.
Lo stesso Eddie, ormai diventato famoso come Dirk Diggle, quando abbandona il clan di Jack imbocca una pericolosa china che lo porta quasi all’autodistruzione.


Il messaggio che arriva dal film (almeno secondo me) è che è vero che ognuno ha un talento che va sfruttato, come espressamente dichiarato nel film, ma non bisogna esagerare e voler diventare quello che non si puo essere. Ed è proprio quello che avviene invece, ai i personaggi principali: Jack si convince di essere un gran regista ma le vicende lo riporteranno alla realtà. Eddie la cui ambizione lo illude di essere l’artefice del proprio successo, rischia di crollare senza una guida. Amber crede di trovare in Eddie il figlio che gli è stato sottratto ma la sua fragilità psicologica evidenzia tutti i suoi limiti di madre.

Da segnalare oltre alla ottima regia la straordinaria interpretazione del mai troppo compianto Philip Seymour Hoffman incastonato perfettamente in un cast stellare.

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