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Scappa – Get Out (2017) Jordan Peele

Cos’hai? – Lo sanno che sono nero? – Dovrebbero? – Sarebbe una cosa da sapere. – Mamma e papà: il mio bel fidanzato nero verrà con me questo fine settimana e non voglio che rimaniate scioccati… dall’uomo nero!

il luogo sommerso significa che siamo emarginati. Non importa quanto duramente urliamo, il sistema ci zittisce” Jordan Peele

 Scappa: Get Out (2017) on IMDb

Acclamato dalla critica e amatissimo dal pubblico Scappa- Get out è considerato uno tra i migliori film dell’anno appena trascorso. Personalmente credo che sia un grande film perché tratta una tematica particolare come quella del razzismo in modo innovativo inserendola in un genere che generalmente poco si presta a tali considerazioni.

Una coppia di giovani, Chris e Rose, si appresta a far visita alla famiglia della ragazza in Alabama, Chris è preoccupato perché i suoi genitori non sanno che lui è un ragazzo di colore e ha paura che ciò possa essere un problema ma convinto dalle rassicurazioni di Rose decide di affrontare la situazione. Giunti a destinazione troveranno un ambiente apparente idilliaco, ma alcune note stonate indirizzeranno la storia verso un epilogo inaspettato e terrorizzante.

 

Girato in appena ventitré giorni, completamente in digitale, è l’opera d’esordio del regista Jordan Peele, il quale mette al centro la questione razziale che ancora infiamma la società civile americana come dimostrano i numerosi scontri avvenuti nel 2016 dai quali il regista a preso spunto per affrontare l’argomento. Non a caso la storia si svolge in Alabama, il profondo sud che combatté fino all’ultimo contro l’integrazione degli afroamericani. I colori caldi, solari autunnali sembrano contrastare con il clima di terrore che si instaura nel corso del film contribuisce a creare un clima di apparente normalità.

 

Pur partendo da un presupposto che spesso abbiamo già visto al cinema: il fidanzato di colore che entra nella famiglia bianca di lei, la vicenda si sviluppa subito in maniera differente e, quello che sembrava un tono da commedia, assume i contorni dell’horror.

La musica sottolinea in modo efficace i vari passaggi della pellicola a volte anticipando in qualche modo la tematica come nel caso della canzone della scena iniziale: “Run Rabbit Run”. Oppure in una delle scene finali con “(I’ve Had) The Time Of My Life” che illustra perfettamente il personaggio di Rose la ragazza di Chris.

 

Inizialmente si era pensato a Eddie Murphy per il ruolo del protagonista Chris, ma è stato considerato troppo anziano per la parte e si è scelto il giovane Daniel Kaluuya (segnatevi questo nome, credo che presto ne sentiremo molto parlare) che con la sua recitazione intensa ed emozionante interpreta alla perfezione il suo ruolo. I due domestici interpretati da Marcus Henderson e Betty Gabriel sono inquietanti, la loro presenza insieme alla casa colonica in qualche modo ricordano il celebre quadro di Grant Wood American Gothic che rappresenta la cultura rurale degli Stati Uniti di inizio secolo.

Il montaggio è veloce mantiene la giusta tensione per tutta la durata del film, in questo senso è molto interessante la scena iniziale, con un lungo piano sequenza Peele ci illustra la situazione, apparentemente slegata dal resto della storia, ma che sarà invece fondamentale per la comprensione finale. Peele dissemina per tutto il film degli elementi indicatori e rivelatori che troveranno significato solo a visione ultimata. Per questo è importante prestare attenzione ai piccoli dettagli dal colore delle macchine alle foto scattate da Chris (rigorosamente in bianco e nero) e alle reazioni dei personaggi.

Curiosità, Il cognome della famiglia di Rose è Armitage, un chiaro riferimento a H.P.Lovercraft e alle sue note idee razziste. L’imbottitura della poltrona sulla quale sarà costretto Chris è di cotone, un chiaro riferimento al periodo della schiavitù. Infatti, come ha dichiarato lo stesso regista, benché nei giorni nostri l’imbottitura delle poltrone si fatta di poliestere, nel film è stata realizzata la poltrona imbottita di cotone per mantenere appunto il simbolismo.

A livello cinematografico il film si ispira ad altri capisaldi del cinema horror tra i quali “la notte dei morti viventi” “il silenzio degli innocenti” per la parte riguardante l’ipnosi e si possono trovare riferimenti al maestro del thriller Alfred Hitchcock sia nelle inquadrature sia nella realizzazione di alcune scene, in particolare la corsa del domestico verso Chris è una chiara citazione di Intrigo internazionale.

Get out quindi non è solo un classico film horror e comunque l’orrore raccontato nel film non è qualcosa di soprannaturale, ma piuttosto una sensazione quotidiana dalla quale spesso non si può scappare. Il “luogo sommerso” di cui si parla nel film rappresenta, infatti, l’emarginazione nella quale il sistema costringe i “diversi”.

 

 

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Funeral parade of roses (Bara no soretsu) (1969) Toshio Matsumoto

Sono una ferita e una spada, una vittima e un boia”

Lo spirito di un individuo raggiunge la propria assolutezza attraverso la negazione incessante”

Già da parecchio tempo desideravo vedere questo film, incuriosito dalle poche immagini postate sui social e dal fatto che è stato indicato da Stanley Kubrick come uno dei suoi film preferiti e fonte di ispirazione per Arancia meccanica. Finalmente ci sono riuscito ed è stata un’esperienza originalissima ed emozionante.

La storia è una riproposizione, nel Giappone di fine anni sessanta, della tragedia Edipo Re di Sofocle con Edipo impersonificato da un transessuale. Questa particolarità fa si che anche il resto dei personaggi coinvolti subisca l’inversione dei sessi rispetto al testo antico.Il protagonista è Eddie un gay-boy che lavora in un locale gay gestito da Madame Leda, attraverso la relazione con l’uomo di Leda, riesce a ottenere la gestione del locale costringendo Leda al suicidio. Il destino però è in agguato e porterà il giovane travestito verso un tragico epilogo.

La vicenda si svolge negli ambienti omosessuali di Tokio, in particolare nel quartiere di Shinjuku (divenuto in seguito famoso come quartiere a luci rosse) ed è ambientata per lo più in interni siano essi case, locali o automobili lasciando poco spazio alle scene in esterna se non nel finale, un’evidente scelta registica per porre l’accento sulla condizione dei gay nel Giappone di fine anni sessanta. Oltretutto all’epoca vigeva il divieto di effettuare riprese nel quartiere e il regista ha dovuto girare praticamente di nascosto con telecamera a mano per permettere una fuga rapida in caso di arrivo della polizia. La tecnica è spettacolare con continui flashback e flashfoward, inserimenti di inquadrature, scene riproposte con prospettive diverse, una vera e propria destrutturazione temporale che può confondere lo spettatore, ma allo stesso tempo rende il film innovativo e interessante.

Infatti, la visione ancora oggi, a distanza di quasi quarant’anni è molto originale, a volte ipnotica, psichedelica, quasi horror con scene che addirittura possono sembrare comiche. Dal punto di vista stilistico il regista si ispira evidentemente al cinema della Nouvelle Vague e in particolare a Godard e, con numerosi riferimenti e citazioni anche nascoste, ad altri autori: Bergman, Bunuel (citazione della famosa scena dell’occhio tagliato), Fellini (durante un party a base di droghe e sesso uno dei personaggi sussurra ASA NISI MASA) e, ovviamente a Godard di cui Matsumoto è considerato il corrispettivo giapponese. Inoltre, in una scena del film compare il poster giapponese di “Oedipus Rex” di Pier Paolo Pasolini che, più che ad un omaggio all’autore italiano di cui Matsumoto non apprezza ne condivide le tematiche, richiama alla trama del film. Funeral parade of rose, come già accennato all’inizio, a sua volta è stato fonte di ispirazione per Stanley Kubrick nella realizzazione di Arancia meccanica: l’ambientazione del club molto simile al Korova Milk Bar, alcune scene girate in fast forward per evidenziare o indurre un effetto comico che altrimenti non sarebbe stato possibile riprodurre, la scena dei tre personaggi nel centro commerciale che mangiano il gelato ripresa da Kubrick quasi fedelmente. Oltretutto il regista inglese avrebbe potuto attingere quasi liberamente dalla pellicola giapponese poiché quest’ultima ha avuto molte difficoltà di distribuzione sia in patria sia a livello internazionale.

Pur essendo un film incentrato sul mondo gay non è espressamente a loro dedicato ma possiede un respiro più ampio nel quale la particolare condizione dei personaggi fa da pretesto a una riflessione riguardo all’identità, al destino e alla autodeterminazione della persona. Non a caso si fa spesso riferimento alle maschere con cui ogni essere umano si presenta al prossimo e alla difficoltà di vedere l’uomo dietro la maschera. L’omosessualità diventa quindi, attraverso la negazione della propria sessualità genetica, il mezzo per raggiungere l’assoluto come suggerito nella chiusa finale. Un tema questo che richiama un altro grande film quasi contemporaneo di Funeral parade of roses, di un altro grande regista giapponese: Il volto di un altro (1966) di Hiroshi Teshigahara sempre incentrato sull’identità e l’autodeterminazione. Il fatto di inframezzare la vicenda narrata con interviste ai personaggi riguardanti le droghe o l’omosessualità introduce l’elemento dell’analisi sociologica molto coraggioso per l’epoca e per gli argomenti trattati.

L’ambiguità e la complessità della natura umana sono rappresentate già dalle prime inquadrature attraverso l’utilizzo della luce: quella accecante degli interni e il buio degli esterni, dove i personaggi vengono ripresi spesso in controluce, sottolineando in questo modo la continuità tra realtà e finzione, tra essere e sembrare. Il rapporto tra realtà e finzione viene magistralmente descritto nelle scene finali con una falsa soggettiva che acquista significato proprio in relazione al contesto narrativo. Anche la messa in scena dell’atto sessuale è molto particolare: senza rinunciare alla sensualità Matsumoto sceglie di deframmentare i corpi focalizzandosi sui dettagli, aggirando in questo modo, la rigida censura giapponese.

Curiosità, il film inizialmente non fu distribuito perché classificato come porno. Il titolo e la parola “bara” (rose) in giapponese è un gioco di parole che indica l’omosessualità.

Secondo me è un film assolutamente da vedere specialmente per chi è appassionato di cinema. Essendo appunto d’avanguardia non è un film di facile visione, ma è coraggioso e sperimentale ormai diventato un film di culto tra i cinefili per il modo originale ed eclettico con il quale è raccontata la storia. Per dirla con Tarkovskij dal suo libro “Scolpire il tempo”: “Il percorso, lungo il quale l’artista costringe lo spettatore a ricostruire l’intero attraverso le parti e ad arrivare col pensiero al di là di quanto viene detto esplicitamente, è l’unica cosa che mette lo spettatore sullo stesso piano dell’artista nel processo di percezione del film” “la conclusione cui lo spettatore giunge senza sforzo, non gli è necessaria”.

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